Il report Private Cloud Outlook 2026 di Broadcom fotografa un cambio di rotta: l'inferenza AI in produzione si sposta verso il cloud privato, spinta da costi, controllo e sovranità dei dati
Autore: Redazione ImpresaCity
La fase sperimentale dell'intelligenza artificiale nelle grandi aziende si sta chiudendo, e con essa si ridefinisce la mappa dell'infrastruttura cloud. Secondo il "Private Cloud Outlook 2026", ricerca commissionata da Broadcom e condotta su un campione di 1.800 responsabili senior IT in aziende con almeno mille dipendenti in otto Paesi, in questa dinamica il cloud privato sta diventando l'ambiente di riferimento per eseguire i carichi di lavoro AI in produzione.
Il dato più significativo riguarda l'inferenza: il 56% delle organizzazioni intervistate esegue già, o prevede di eseguire, l'inferenza AI in produzione su cloud privato, contro il 41% che sceglie il cloud pubblico per gli stessi carichi di lavoro. Solo un anno fa la distribuzione era quasi paritaria: il calo di 15 punti percentuali del cloud pubblico in un solo anno rappresenta uno degli indicatori più marcati dell'intera ricerca.
Le ragioni di questo spostamento si concentrano su tre fattori: costi, complessità e controllo. Per i progetti pilota e la fase di addestramento dei modelli, il cloud pubblico mantiene la sua attrattiva in termini di flessibilità. Ma quando le organizzazioni passano all'esecuzione su larga scala, le condizioni economiche cambiano in modo sostanziale. Il 62% dei responsabili IT dichiara di essere molto o estremamente preoccupato per i costi infrastrutturali legati all'esecuzione dell'AI generativa e agentica. E i numeri sugli sprechi sono difficilmente ignorabili: il 97% degli intervistati ritiene che una quota della spesa per il cloud pubblico sia inutilizzata, e il 52% stima che tale spreco superi un quarto dell'intero budget cloud pubblico.
In questo contesto, il costo ha superato per la prima volta la sicurezza come principale preoccupazione legata al cloud pubblico, passando dal 26% del 2025 al 31% del 2026. Il sorpasso è indicativo di un cambiamento nella percezione: non è più solo una questione di rischio, ma di sostenibilità economica del modello.
Il fenomeno della cloud repatriation è già in corso. L'83% delle aziende interpellate sta valutando questa opzione, e il 50% ha già trasferito almeno una parte dei propri workload. Tra i fattori che guidano la decisione, sicurezza e conformità si confermano al primo posto (51%), ma la prevedibilità dei costi è salita al secondo posto con il 39% delle citazioni, in netto rialzo rispetto all'anno precedente. La spesa per il cloud privato cresce a un ritmo doppio rispetto a quella per il cloud pubblico, con un'intenzione di investimento in aumento di 21 punti in un orizzonte triennale contro i 10 del cloud pubblico.
Un secondo asse di cambiamento riguarda la geopolitica. Quattro responsabili IT su cinque affermano che le tensioni internazionali stanno influenzando direttamente la strategia infrastrutturale delle loro organizzazioni. Per la prima volta, i requisiti di sovranità e residenza dei dati (54%) hanno superato la compliance specifica per giurisdizione (51%) come principale fattore geopolitico nelle decisioni infrastrutturali. Settori come i servizi finanziari, la sanità, le scienze della vita e il settore pubblico sono in prima linea in questa evoluzione, accomunati dall'esigenza di mantenere i dati sensibili sotto il controllo diretto dell'organizzazione.
Sul fronte della sicurezza legata all'AI, il 36% degli intervistati segnala che l'adozione dell'intelligenza artificiale sta generando nuovi requisiti in termini di protezione dei dati, privacy, controlli di sicurezza e gestione del rischio. Protezione dei dati e privacy risultano complessivamente la sfida emergente più citata (37%), davanti a sicurezza e controllo (36%).