L'inflazione e il caro vita spingono il costo del pranzo fuori ufficio fino a 22 euro, mentre il valore dei ticket resta fermo a una media di 7 euro.
Autore: Redazione ImpresaCity
Il rito della pausa pranzo per i lavoratori italiani è diventato un esercizio di equilibrismo finanziario. Secondo l'ultima ricerca condotta da Ipsos Doxa per Pluxee Italia, il divario tra il potere d'acquisto dei buoni pasto e i prezzi di listino di bar e ristoranti si è fatto voraginoso. Se il valore medio di un buono pasto si attesta oggi a circa 7 euro, la spesa media effettiva per un lavoratore è di 15,10 euro, con punte che superano i 22 euro a seconda della zona geografica e della tipologia di consumo. In sostanza, il ticket copre ormai meno del 50% di quello che viene effettivamente pagato alla cassa.
Analizzando le abitudini di consumo, emerge che anche le opzioni un tempo considerate "economiche" risentono pesantemente dei rincari. Un semplice panino con bibita e caffè consumato al banco costa mediamente 9,80 euro, superando già di quasi 3 euro il valore del buono. Chi opta per un primo piatto sale a 13,60 euro, mentre per un secondo si arriva a 15,90 euro. La situazione diventa ancora più onerosa per chi desidera un menù completo, il cui costo medio nazionale è di 21,10 euro. Anche il ricorso all'asporto non salva il portafoglio: un secondo piatto take-away tocca oggi i 12,70 euro.
La geografia dei prezzi mostra inoltre differenze territoriali marcate. Il Nord Est si conferma l'area più cara d'Italia, dove un menù completo può arrivare a costare 22,30 euro, seguito dal Centro (21,40 euro) e dal Nord Ovest (21,20 euro). Il Sud e le Isole presentano i costi più contenuti, ma comunque elevati rispetto al passato, con una spesa massima che si attesta sui 19,90 euro. Questo scenario pone le aziende di fronte a una sfida strategica: l'adeguamento del valore dei buoni pasto non è più solo una questione di welfare, ma uno strumento necessario per sostenere il potere d'acquisto dei dipendenti in un contesto di inflazione persistente.