Le microimprese nazionali sono indietro rispetto al mercato nello sviluppo del digitale e di scelte sostenibili. Anche per l'AI.
Autore: Redazione ImpresaCity
Solo il 21% dei titolari di microimprese in Italia ha raggiunto un’integrazione consapevole di digitalizzazione e sostenibilità, e il 44% vive in una condizione di doppio ritardo - per digitalizzazione e sostenibilità - contro il 34% dei consumatori italiani. Lo sottolinea la quinta edizione dell’Osservatorio per la Sostenibilità Digitale, che per la prima volta ha messo a confronto la domanda del mercato (i consumatori) con la sua offerta principale (le microimprese).
Se in apparenza gli imprenditori si autovalutano mediamente più preparati rispetto ai consumatori (alla domanda “Quanto pensi di sapere di digitale” il 68,5% dei titolari di microimprese si ritiene abbastanza preparato, contro il 49,2% dei consumatori), il loro indice sintetico di digitalizzazione, costruito non sull’autopercezione ma sugli effettivi comportamenti e adozione di strumenti, è inferiore rispetto a quelli dei consumatori: 0,403 contro 0,458. Questo ritardo è dovuto - secondo Luciano Gaiotti, Direttore Centrale di Confcommercio - ad una "Mancanza di accompagnamento. Gli imprenditori delle piccole imprese hanno bisogno che qualcuno mostri concretamente cosa cambia, quanto costa, quanto rende: e che lo faccia nella loro lingua, nel loro territorio, con riferimenti al loro settore specifico".
Il Digital Sustainability Index (DiSI, un indice che misura il livello di consapevolezza dell’utente nell’uso delle tecnologie digitali quali strumenti di sostenibilità) quest'anno mostra fratture rilevanti tra consumatori e microimprese. Ad esempio per il cambiamento climatico come emergenza da affrontare subito: il 64,9% dei consumatori lo considera uno dei principali problemi su cui intervenire immediatamente. Tra i titolari di microimpresa, la stessa risposta raccoglie solo il 45,6% - quasi venti punti percentuali in meno. È il divario più ampio registrato sull'intera batteria di domande comuni alle due indagini, e segnala una frattura valoriale profonda tra chi consuma e chi produce nel sistema economico italiano.
Sul fronte dell’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale - che ha profondi impatti ambientali ma anche potenzialmente nei processi delle imprese - il DiSI 2026 rivela che questo non è ancora per tutti: il 53,9% dei titolari dichiara di non usarla affatto, il 24,6% afferma di impiegarla occasionalmente per singole attività, il 20,3% la utilizza in modo regolare in alcune funzioni, solo per l’1,2% è già integrata stabilmente nei processi di lavoro.
In generale, l’AI viene utilizzata solo per le attività più immediate: il 23,9% delle aziende la usa per preventivi, offerte e documenti aziendali; il 18,2% per comunicazione, marketing e contenuti; il 13,2% per gestione clienti e vendite. Solo il 4,9% la utilizza per organizzazione del lavoro e attività interne. Il principale ostacolo alla adozione dell'AI è la poca percezione del suo valore. Il 46,9% delle imprese afferma che non ne ha chiaro l’utilizzo concreto e per il 33,0% non è evidente un beneficio economico od operativo. Guardando ai prossimi 3–5 anni, il 63,5% delle imprese ritiene che l’intelligenza artificiale avrà un impatto sostanzialmente neutro sulla propria azienda: soltanto il 24,5% la considera un vantaggio limitato e l’8,8% un vantaggio rilevante.