L'impatto dell'AI Generativa sullo sviluppo software è ancora tutto da verificare concretamente, ma una "democratizzazione" è possibile e potrebbe avere effetti inaspettati
Autore: f.p.
C'è un ricco dibattito, e non da ora, sul ruolo dell'Intelligenza Artificiale generativa nello sviluppo software. Per i grandi nomi della GenAI, che ne spingono decisamente l'uso anche in questo ambito, l'avvento degli LLM più o meno specializzati rappresenta una svolta epocale che trasformerà completamente la vita degli sviluppatori e delle imprese, di fatto cancellando qualsiasi lacuna tecnologica e permettendo a chiunque di generare linee e linee di codice con un semplice prompt.
Per l'oste, quindi, il vino è più che buono. Se si parla con gli sviluppatori si sente una musica diversa: la GenAI è un supporto potenzialmente utile, ma per valutarne adeguatamente gli output bisogna avere conoscenze specifiche ed esperienza. Altrimenti si rischia di passare in produzione codice poco efficiente o proprio sbagliato, con errori che sono difficili da rilevare per i meno esperti.
Siamo un po' cinici: che le cose non siano così rosee come affermano i sostenitori della GenAI lo fa pensare il fatto che i grandi nomi del settore non ci hanno inondato con studi quantitativi che spieghino, cifre e grafici colorati alla mano, quanto i loro LLM migliorino lo sviluppo software. Rispetto al numero di affermazioni roboanti del CEO o del CTO di turno e di stime sulle linee di codice prodotte da un LLM rispetto a una persona - parametro che dice praticamente nulla, peraltro - mancano studi pubblici, quantitativi e metodici condotti su campioni significativi e con risultati generalizzabili.
Insomma, l'invito di Jensen Huang a smettere di imparare a programmare, perché tanto c'è la GenAI, rischia di fare la stessa fine della famigerata previsione di Geoffrey Hinton, uno di padri del deep learning, che nel 2016 sosteneva come non ci fosse più bisogno di formare radiologi perché da lì a cinque anni il deep learning avrebbe svolto, e meglio, il loro lavoro. Siamo nel 2026 e dei radiologi se ne percepisce semmai la mancanza, non l'abbondanza.
Ma attenzione: la storia non si esaurisce qui. Il nostro compito di giornalisti appassionati di tecnologia è certamente evidenziare quanto l'hype sia distante dalla realtà, faremmo però male il nostro lavoro se non ricordassimo anche che l'impatto concreto delle nuove tecnologie viene molto sopravvalutato nel breve termine e molto sottovalutato nel lungo periodo. Quindi è assai probabile che la GenAI non porti nessuna trasformazione epocale dello sviluppo software oggi o domani, ma lo è anche che una trasformazione profonda comunque avvenga nei prossimi anni.
Il tema di fondo è quello della democratizzazione (sì, il termine e parecchio abusato e quando lo usano le grandi corporation è anche un po' sospetto) dello sviluppo software. Che è anche un ritorno al passato, se vogliamo: agli anni Novanta o Duemila in cui moltissime (in senso relativo, in proporzione al numero di sviluppatori) persone creavano piccole applicazioni per utilità o passione personale. Poi lo sviluppo è diventato davvero troppo complesso, tra nuovi linguaggi, framework, Agile e compagnia.
Ora la GenAI potrebbe sbloccare quello che Anish Acharya - partner di Andreessen Horowitz, quindi non proprio super partes - chiama lo "YouTube moment" del software. La sua tesi è che YouTube sia diventata un gigante non perché quando è nata ha soddisfatto una qualche lacuna di mercato, ma perché ha democratizzato la produzione video aprendola a quelli che oggi chiamiamo "creator". Per il software, la GenAI potrebbe analogamente abbattere le barriere all'ingresso sul mercato, permettendo a una pletora di nuovi "builder" - così li chiama Acharya - di creare nuovi software, concretamente utili ma anche di intrattenimento o a sfondo artistico, partendo solo con una buona idea e un buon LLM, senza freni tecnici.
La visione di Acharya del nuovo software del futuro come fenomeno virale e mezzo di espressione personale è tutta da concretizzare ma un suo senso ce l'ha. Resta ovviamente difficile capire come potrebbe impattare sullo sviluppo software come attività di business, anche se Acharya - da bravo partner di a16z - vede già nascere eserciti di micro-imprenditori del software. Di positivo c'è che lo scenario che immagina è uno dei non molti casi in cui la GenAI viene presentata come un mezzo concreto per favorire la capacità creativa personale in modi che oggi non sono possibili, e non come strumento per (forse) aumentare la produttività.