Costi del cloud: i provider europei ancora contro Microsoft

Il consorzio Cispe contesta ancora i costi che i provider europei devono sostenere per fornire in cloud le applicazioni griffate Microsoft

Autore: Redazione ImpresaCity

Continua il confronto tra Microsoft e il consorzio Cispe (Cloud Infrastructure Services Providers in Europe), che raccoglie diversi cloud provider europei e in particolare italiani. Ne fanno parte, tra gli altri, Aruba, Irideos, ITnet, Netalia, Reevo, Register, Seeweb. Il gruppo comprende anche AWS, che è indubbiamente il nome di maggior peso. Il motivo del contendere non è nuovo e riguarda i costi che devono sostenere i cloud provider per fornire ai loro utenti applicazioni e piattaforme Microsoft.

La novità è che il Cispe ha presentato alcuni nuovi calcoli per sottolineare le politiche considerate anti-competitive di Microsoft, in una mossa che sembra mirata più che altro a rafforzare la sua posizione in un confronto che ormai dura da quasi un anno e mezzo. Le "nuove prove" - così le chiama il Cispe - presentate adesso sono concentrate sulla progressiva riduzione dei margini di guadagno che un generico cloud provider ricava dalla vendita di servizi Microsoft.

Il Cispe sostiene che "sebbene i ricavi derivanti dalla vendita di prodotti Microsoft, tra cui Windows Server, SQL Server e i servizi di desktop remoto per gli strumenti di produttività, siano aumentati di oltre il 300% dal 2018, contribuendo così alla crescita di Microsoft" i corrispondenti margini dei cloud provider sono invece calati. Scendendo dal 25% circa del 2018 a "margini di profitto negativi a due cifre lo scorso anno".

Fonte: Cispe

In particolare, spiega sempre il Cispe, da quando Microsoft nel 2019 ha modificato i termini delle sue licenze riguardanti i software in cloud e nello specifico le modalità con cui possono essere offerti da provider terzi, le cose sono peggiorate di colpo. In un anno si è visto il margine di guadagno "crollare da oltre il 20% a zero".

La questione di fondo, per il Cispe, è che Microsoft avrebbe messo in atto una politica di licensing per cui un generico utente paga molto meno affidandosi direttamente ad Azure rispetto a quanto pagherebbe rivolgendosi a un cloud provider diverso. Quest'ultimo può farsi carico direttamente dei maggiori costi per non perdere il cliente, ma perdendo comunque guadagni.

Cifre alla mano

Per chiarire meglio il quadro, il Cispe ha presentato alcuni calcoli relativi alle licenze per SQL Server Enterprise in cloud. Mediamente, attivare un server SQL presso un cloud provider indipendente costa il 17,7% in più. Va ancora peggio per i servizi di Virtual Desktop o Desktop-as-a-Service (DaaS), perché su Azure una singola macchina virtuale può gestire più sessioni utente mentre le lcenze Microsoft impediscono il multi-sessione agli altri provider. Così una ipotetica configurazione per 32 utenti costerebbe su Azure circa 965 euro/mese e per un altro provider quasi 4.200.

Il tema delle possibili politiche anti-concorrenziali dei grandi cloud provider è stato ed è ancora al centro di diverse indagini delle Authority europee. L'Antitrust del Regno Unito ha ad esempio condotto una analisi del mercato cloud che ha portato alla luce comportamenti quantomeno da approfondire. E gli stessi grandi hyperscaler concorrenti di Microsoft, ossia AWS e Google, hanno sottolineato di recente il tema delle licenze, anche senza fare il nome di Microsoft.

A Redmond ovviamente non sono d'accordo con tutte le valutazioni del Cispe o dei concorrenti. Microsoft ha ammesso che ci sono dei dettagli e delle policy che vanno migliorare e sostiene di avere iniziato a farlo concretamente. L'ammissione è venuta già all'inizio del confronto con gli operatori europei direttamente da Brad Smith, Presidente e Chair di Microsoft. E ha portato ad alcune novità che però non sono state giudate sufficienti.

Solo il giorno prima di pubblicare le nuove "prove", peraltro, il consorzio dei cloud provider si era seduto a un tavolo di trattativa con Microsoft per cercare di migliorare la situazione. I nuovi calcoli sui margini dei provider sembrano così un altra carta da giocare in un confronto che si preannuncia piuttosto lungo.


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