Industry 4.0: Italia pronta ma non troppo

Le analisi di Deloitte su come i dirigenti italiani vedono i temi Industry 4.0 mostrano sviluppi ma anche lacune, in particolare nello sfruttare davvero le potenzialità delle nuove tecnologie

Autore: f.p.

Sono aperte alla tecnologia ma pagano importanti limiti infrastrutturali, guardano agli sviluppi di Industry 4.0 ma spesso senza una vera strategia, hanno un annoso problema di competenze che mancano e che invece si fanno sempre più necessarie. È la sintesi delle aziende italiane messe di fronte alle evoluzioni tecnologiche in stile Industria/Impresa 4.0, per come le descrive uno studio Deloitte che ha coinvolto più di cento dirigenti C-level ai vertici delle principali imprese nostrane.

Quando si parla di Quarta Rivoluzione Industriale, le imprese italiane possono far valere quantomeno una adozione interessante di molte tecnologie collegate a Industry 4.0. Il mercato cloud italiano ha mosso nel 2017 qualcosa come due miliardi di euro e il 22 percento delle aziende italiane ha adottato servizi cloud, rispetto a una media UE del 21. Crescita forte anche per il mercato IoT, che dagli 1,55 miliardi di euro del 2014 si è portato nel 2017 a quota 3,5. Una cifra fatta soprattutto dallo smart metering (980 milioni di euro) e dalle soluzioni smart car (810 milioni).

Pollice su anche per la robotica industriale: l'Italia è il settimo produttore al mondo e l'ottava nazione per l'utilizzo dei sistemi robotici. Ci poniamo invece al sesto posto globale per quanto riguarda le comunicazioni M2M (machine-to-machine).


Numeri positivi, quindi, anche per il buon effetto del Piano (ex) Calenda. Grazie ai suoi incentivi le imprese italiane nel recente passato hanno investito in innovazione più della media europea: circa 185 milioni di euro contro 166. Anche se non va dimenticato che questa spesa è molto sbilanciata a favore delle grandi aziende. Se è vero che il 67 percento delle imprese italiane ha investito in nuove tecnologie, è altrettanto vero che questa media complessiva sale al 97 percento se consideriamo solo le imprese di grandi dimensioni e cala al 42 per le aziende con meno di 50 dipendenti. Che vanno in qualche modo seguite meglio.

Industry 4.0: il problema è concettuale

La questione più spinosa riguarda però l'approccio concettuale - e non tecnologico - al mondo Industry 4.0. Le cifre riportate indicano che le aziende apprezzano la tecnologia e sanno identificare quelle più critiche per mantenere un vantaggio competitivo. Il passo che manca è capire come muoversi per mettere davvero a terra tutta la potenza di queste innovazioni. Solo il 6 percento degli intervistati afferma di avere un solido business case per lo sviluppo delle nuove soluzioni tecnologiche (globalmente è l'8 percento).

Inoltre, Industry 4.0 fa anche un po' paura ai manager: solo il 5 percento dei dirigenti italiani si definisce in grado di prevedere i cambiamenti organizzativi indotti dalle nuove tecnologie (globalmente è il 22).


Sono tutte incertezze che si riflettono in una visione incentrata solo sul breve periodo, ossia sui vantaggi che il modello Industry 4.0 può portare alle attività operative. Lo dimostrano i numeri, per la precisione le percentuali legate alla distribuzione degli investimenti tecnologici in funzione delle aree aziendali. Le imprese italiane favoriscono le Operations (59 percento di citazioni), il marketing e il supporto ai clienti (54 percento), la produzione (38). A livello mondiale i settori su cui su concentrano gli investimenti sono invece lo sviluppo prodotto (48 percento di citazioni) e la formazione (40 percento).

Questo scarto lascia intendere che molte imprese italiane rischiano nel prossimo futuro di trovarsi senza veri prodotti innovativi e prive delle competenze che servono. Lo skill gap resta significativo anche perché - rileva Deloitte - c'è un atteggiamento che non aiuta a colmarlo. Le imprese italiane sono molto più propense delle "colleghe" europee e globali a pensare che lo skill gap in campo Industry 4.0 vada affrontato con una riforma profonda del sistema educativo. Per questo, mediamente non attivano percorsi di formazione interna per portare ai dipendenti le competenze digitali che in fondo servono a loro stesse.

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