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Crescono i casi d’uso su OpenStack, nonostante la complessità

Il recente Summit ha chiarito il ruolo del progetto open source nei progetti innovativi, anche al di fuori dei data center.

Autore: Sandro Castro

Il recente OpenStack Summit di Boston ha messo in chiaro il contesto nel quale sta evolvendo la piattaforma open source, a fianco di un cloud pubblico sempre più considerato dalle imprese.
Costruita nel 2010, sulla base di lavori congiunti della Nasa e di RackSpace, la piattaforma ha iniziato un processo di svolta dopo i primi sette anni di esistenza. Il numero di implementazioni è cresciuto del 44%, secondo quanto comunicato da Jonathan Bryce, direttore esecutivo di OpenStack Foundation, il quale ha anche sottolineato come cinque milioni di core siano oggi gestiti in produzione.
Oggi, il salto di qualità riguarda la ricerca di un posizionamento come motore di progetti digitali e di applicazioni cloud: “Le imprese stanno cominciando a cambiare la percezione sul public cloud, considerando con attenzione l’idea di mantenere una logica privata, ma gestita in remoto”, ha commentato Bryce. La riflessione nasce dal fatto che l’ibrido non diminuisce la complessità delle infrastrutture e porta a valutare sempre più l’ipotesi dei servizi gestiti. Non ci sarà mai, in sostanza, un totale passaggio di workload o applicazioni sul cloud pubblico e nel mondo eterogeneo che si sta costruendo c’è lo spazio per l’evoluzione di OpenStack.
I sessanta progetti incubati oggi dalla Foundation vanno soprattutto nella direzione di big data, machine learning, Sdn e containerizzazione, testimoniando l’orientamento del framework verso ambiti più applicativi: “Non abbiamo a che fare con una base monolitica – ha assicurato il Coo della fondazione, Mark Collier -. Tutte le nostre componenti sono pensate per funzionare in modo indipendente, assicurando un’integrazione ottimale. Siamo partiti da una base ampia e ora stiamo sviluppando funzionalità sempre più specifiche”. 

Il futuro passa per semplificazione e granularità

Le caratteristiche di granularità portano OpenStack a proporsi come soluzione componibile e aperta, ideale per implementazioni come i microservizi cloud. Per il momento, il mondo delle telecomunicazioni è ancora quello di riferimento per il framework, ma la tendenza è di uscire dal data center, come ha dimostrato Verizon, che ha presentato un’offerta di tipo “edge computing”, che si basa su un box che ospita direttamente una parte dell’infrastruttura OpenStack. La crescita dell’IoT, che rappresenta oggi il 30% dei progetti degli utilizzatori del framework, fa capire come il futuro sia già segnato.
Non tutto è rose e fiori, tuttavia, Lo stesso Collier ha ammesso che “esiste ancora molto lavoro da fare, soprattutto per semplificare l’utilizzo della soluzione”. La Foundation ha iniziato a eliminare alcune componenti doppie, ma per ora è un dato di fatto che le aziende riconoscono di poter risparmiare nel passaggio a una soluzione open source, ma devono poi investire in risorse interne incaricate di manutenere la soluzione in condizioni operative.
Le evoluzioni in corso portano a un’infrastruttura granulare e aperta che “non sia semplicemente una IaaS, ma anche un base per lo sviluppo di idee e innovazione”, ha anticipato Collier, parlando di qualcosa di componibile, per applicazioni cloud-native, pronte a sfruttare container, microservizi od orchestratori come Kubernetes.
Pubblicato il: 19/05/2017

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