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Le nuove frontiere del DevOps: cloud, container e microservizi

Le esperienze di Vodafone Automotive, Sogei, Cedacri e Sky, basate su tecnologia Red Hat OpenShift, evidenziano i vantaggi delle nuove metodologie e modelli di sviluppo del software

Autore: Piero Macrì

Sempre più aziende trovano nell'utilizzo di tecnologie cloud un alleato naturale per lo sviluppo di nuove applicazioni e servizi. Ma per riuscire nell’impresa è indispensabile individuare le componenti tecnologiche che possono concorrere alla fluidità operativa dell’ecosistema “as-a-service”. Requisiti che possono essere oggi soddisfatti dalle soluzioni nate dall’ambiente open source. Red Hat ha infatti da tempo individuato nella capacità di gestire applicazioni in un ambiente infrastrutturale ibrido (private and public cloud) il modo per rendere efficienti i processi evolutivi, migliorare il time to market ed ottimizzare l’utilizzo delle risorse infrastrutturali.

La piattaforma OpenShift messa a punto da Red Hat, basata sul paradigma del container, rende disponibili strumenti di orchestrazione per supportare l'agilità dello sviluppo con l'efficienza e l’innovazione derivata dal modello open source. “Il livello di astrazione introdotto dal concetto di container, tecnologia nata su linux, permette una migliore collaborazione tra le strutture Dev e Ops", afferma Vittorio Colabella, Middleware Sales Leader di Red Hat. "Ma risultano essenziali anche capacità di orchestrazione dei container, che noi rendiamo disponibili attraverso la tecnologia Kubernetes che è parte di OpenShift”.

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Un importante vantaggio di OpenShift risiede nella capacità di costruire e mandare in esecuzione, partendo da un registro immagini di piattaforma e dal codice sviluppato, logiche applicative on top allo stack tecnologico completo che Red Hat è in grado di offrire (sistema operativo Rhel, modello Docker, orchestratore Kubernetes, middleware JBoss e altro). In questo modo, le imprese possono gestire dinamicamente e con un unico governo le logiche applicative, da quelle tradizionali java, a logiche di integrazione, API Economy, Process Automation, fino alla nuove frontiere dei microservizi, ottimizzando in questo modo tutto il ciclo di vita di realizzazione e messa in produzione delle applicazioni, rendendo efficiente l’utilizzo delle risorse infrastrutturali.

OpenShift disaccoppia gli aspetti infrastrutturali dalle logiche applicative e crea il modello di astrazione sul quale veicolare applicazioni e servizi, dal test alla produzione – spiega Colabella -. Con un meccanismo del genere, scompaiono i tempi morti e si riducono le probabilità di errore umano, consentendo di mettere in produzione alle nuove idee in modo lineare e rapido. Le operation ed i team di sviluppo, infatti, possono spostare la loro attenzione su attività a maggior valore, potendo contare su processi consolidati ed automatizzati dal test alla produzione.

Le esperienze di Vodafone Automotive, Sogei, Cedacri e Sky
I vantaggi e i benefici che possono derivare dall’ultizzo di Openshift si possono ravvisare nelle esperienze di Vodafone Automotive e di Sogei, realtà che più diverse non potrebbero essere ma che evidenziano un'insolita convergenza. Quali i progetti? Il primo riguardo lo sviluppo ad hoc di servizi per alcune della maggiori case automobilistiche, compagnie assicurative e gestione di flotte, il secondo vede come interlocutore il Ministero dell’Economia e delle Finanze. Per Antonio Carlini, head of architecture & process optimization di Vodafone Automotive, e per Luca Nicoletti, responsabile sviluppo architetturale in ambito Divisione Economia di Sogei, esiste un obiettivo comune: mettere a punto un sistema per l’automazione di tutto il ciclo di vita del software – dall’ambiente di sviluppo a quello di test, dall’ambiente di produzione a quello dell’integrazione – per acquisire un più alto livello di servizio e, contemporaneamente, ridurre i costi di realizzazione dei progetti.

Entrambe le realtà hanno scelto le soluzioni di Red Hat, soluzioni di infrastruttura, di piattaforma e di orchestrazione delle risorse cloud. I tre tasselli di questo puzzle architetturale sono OpenStack (per la gestione infrastrutturale), Openshift (gestione della piattafoma) e CloudForms (orchestrazione e integrazione). “Stiamo portando su OpenShift l’intera catena del processo di sviluppo, test, produzione e integrazione”, spiega Antonio Carlini di Vodafone Automotive. Il progetto, iniziato da alcuni mesi, vede già in produzione alcune componenti relative alla gestione dei contratti e alla gestione del field, mentre prossimamente sarà realizzata l’orchestrazione complessiva dello stack tecnologico. “Red Hat ha reso possibile passare da un ambiente virtualizzato tradizionale a un ambiente a elevata automazione”, sottolinea Carlini. “Sulle componenti architetturali così definite si possono innescare nuove logiche DevOps, garantendo tempi di delivery e reattività di gran lunga migliori rispetto al passato. Vantaggi che si vanno a sommare alla capacità di integrare tutti gli strumenti complementari alla gestione del processo”.

“Nelle sue diverse declinazioni di infrastruttura, piattaforma e orchestrazione di tecnologie cloud”, spiega Nicoletti, “l’impianto architetturale di Red Had sovrintende al funzionamento e all’erogazione del servizio Cloudify NoiPA, il sistema del Ministero dell’Economia e delle Finanze, e in particolare del Dipartimento dellʼamministrazione generale del personale e dei servizi, che gestisce il trattamento economico dei dipendenti pubblici”. La logica software-defined, rendendo implicita la possibilità di disaccoppiare l’hardware dal software, ha consentito notevoli vantaggi economici. Questa logica, aggiunge Nicoletti, “significa poter acquisire hardware a basso costo sfruttando al massimo le convenzioni Consip e al tempo stesso predisporre ambienti di produzione in tempi rapidissimi, uno o due giorni al massimo. Anche il monitoraggio avviene in modo dinamico senza dover ricorrere a interventi manuali”.

Un’ulteriore esperienza che deriva dall’applicazione pratica dei concetti racchiusi nelle logiche dei container e dei microservizi proposti da Red Hat è quella proposta da Cedacri, gruppo specializzato nella realizzazione di sistemi informativi per il mondo bancario, erogati in modalità outsourcing piena o parziale. L'azienda, che ormai vanta oltre 40 anni di storia, sta già guardando a quelle che saranno le applicazioni mainstream nei prossimi anni: “Abbiamo costruito già da qualche anno un cloud privato utilizzando le tecnologie di Red Hat - ha illustrato Michele Dotti, Responsabile architetture, ricerca e sviluppo di Cedacri -. Poiché la flessibilità è un elemento chiave per gestire situazioni di picco, abbiamo pensato di aggiungere le architetture a microservizi, per costruire applicazioni cloud native e utilizzare questa soluzione anche per affrontare importanti passaggi normativi virgola come la prossima entrata in vigore della normativa Psd2”.

Il percorso di rinnovamento è partito dall'integrazione nell'infrastruttura informatica di Red Hat OpenShift come base per la creazione di microservizi: “Abbiamo realizzato un primo PoC applicativo sul fronte delle interrogazioni, ovvero una delle funzioni più utilizzate dai nostri clienti e che si presta in modo particolare ha un'evoluzione in questa direzione - ha aggiunto Dotti -. Dovendo studiare un percorso sostenibile, abbiamo creato una inner architecture su prodotti application server leggeri, ora in fase di consolidamento, per poi arrivare a innovare alcune tipologie di applicazioni in logica a microservizio”.

Infine è da segnalare l’esperienza di SKY, recentemente testimonial Red Hat al Summit di Boston, che utilizza la soluzione OpenShift per gestire tutto il processo di encoding audio-video per rendere fruibili contenuti multimediali attraverso I diversi device disponibili (TV, smartphone, tablet, ecc), risparmiando la quantità di risorse computazionali necessarie. Questo per dimostrare la versatilità nelle diverse modalità di impiego della soluzione, anche in un ambito dove viene richiesta un’alta capacità elaborativa




Pubblicato il: 06/12/2017

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