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Per il Tribunale di Roma utilizzare software pirata non è reato

Secondo una sentenza emessa dal Tribunale di Roma, la detenzione di software pirata non è sufficiente per essere condannati per violazione di copyright: occorre provarne l'effettivo utilizzo o l'eventuale copia da parte dell'imputato.

Autore: Chiara Bernasconi

Per il Tribunale di Roma detenere software pirata non è sufficiente per essere condannati per violazione di copyright: occorre provare anche il loro effettivo utilizzo o l'eventuale copia da parte dell'imputato.
Con queste motivazioni, la corte romana ha assolto un imprenditore italiano che deteneva nella propria azienda 270 software privi di licenza, distribuiti su 103 computer. Tra di essi vi erano anche prodotti Microsoft, Adobe, Symantec e parecchi file crack disponibili su un server utilizzato da 300 persone circa.
Secondo Fulvio Sarzana, avvocato che si occupa di diritto delle nuove tecnologie, la sentenza renderà più complicata la lotta alla pirateria.
Nel provvedimento si legge che "la detenzione di software sprovvisti di licenza o con licenza scaduta (cioè pirata) non configura il reato di violazione del copyright". Ciò avviene anche se all'interno dei computer vengono trovati dispositivi di aggiramento tecnologico, i cosiddetti crack, in grado di far funzionare i software senza licenza. Nel processo contro l'imprenditore, Microsoft si era costituita parte civile chiedendo danni per centinaia di migliaia di Euro.
Sarazana, che è stato anche avvocato difensore dell'imprenditore, ha affermato inoltre che "Applicando anche i principi già stabiliti dalla Corte di Cassazione in riferimento al mancato obbligo di apposizione del bollino SIAE sui supporti informatici, il Tribunale ha ritenuto che senza la prova della duplicazione del software da parte dell'imprenditore e senza quella dell'effettivo uso dei crack sulle singole macchine, il fatto non sussiste, assolvendo così l'imputato con la formula più ampia possibile".
Per Simona Lavagnini, avvocato di Bsa (associazione che riunisce le multinazionali del software che aveva prestato consulenza a Microsoft), si tratta di un caso "da cui non è possibile trarre una regola generale secondo cui quella fattispecie non sia reato. Le leggi non sono cambiate, resta il fatto che se si violano i diritti su un software si incorre in sanzioni, almeno sul piano civile".
Pubblicato il: 04/02/2011

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