Ricerca e sperimentazione alla base della nuova It

Ricerca e sperimentazione alla base della nuova It

Nell’era della bimodalità, ribadita da Gartner nell’ottica della convivenza fra legacy e innovazione, lo sviluppo delle aziende passa per la capacità di aprirsi a terreni inesplorati, sfruttando le tecnologie già a disposizione.

di: Roberto Bonino del 29/09/2016 11:09

Enterprise Management
 
Dall’innovazione non ci si può sottrarre, in quest’epoca per le aziende contraddistinta dai processi, più o meno rapidi, di trasformazione digitale. Il Technical Day che Ibm ha voluto proporre ai propri clienti e partner, si è concentrato non solo sulle recenti evoluzioni dell’offerta del vendor nelle direzioni più promettenti (cloud, analytics, mobility, It ibrida, smart working), ma anche su spunti e riflessioni utili a capire come orientarsi verso un futuro dove la sperimentazione dovrà affiancarsi necessariamente alla gestione operativa della tecnologia e dove serviranno competenze che oggi si fatica a reperire sul mercato.
Viviamo nell’era della bimodalità, un concetto inventato da Gartner e ribadito dal vicepresidente Massimo Pezzini: “Da un lato ci sono i processi, che conosciamo bene e sappiamo affrontare, oggi più che mai nella costante ricerca della miglior efficienza. Dall’altra, esistono tecnologie come quelle legate a mobilità e social, che sono disponibili, ma non si è ancora compreso bene come impiegarle. La moderna organizzazione dell’It deve saper sintetizzare il tradizionale e ancora funzionale stile di lavoro consolidato nel tempo per le attività core con la sperimentazione, assai poco assoggettabile a pianificazioni e certezze”.
In sostanza, il presente è certamente ancora appannaggio della macchina che quotidianamente, attraverso l’It, fa funzionare l’azienda, ma il futuro dovrà portare a integrare tecnologie che oggi occorre testare per comprenderle meglio. Quindi all’iteratività e alla programmazione si affianca l’empirismo, al p/o la customer experience, ai fornitori consolidati i new vendor.
Naturalmente, anche nei processi tradizionali bisogna saper incentivare la collaborazione, aprire i sistemi legacy con le Api o le Soa, modernizzare le architetture: “Occorre evitare il rischio di creare un inutile dualismo fra vecchio e nuovo, foriero di debito tecnico e disuguaglianze – ha sottolineato Pezzini -. L’inevitabile terreno della sperimentazione si può esplorare espandendo le competenze, lavorando a stretto contatto con il business, rinnovando l’It anche con l’apporto di nuove figure o partner”. 

La carenza di competenze, un freno all’innovazione 

Il delicato percorso verso una compiuta trasformazione digitale passa, dunque, anche per un allargamento dei ruoli verso specialisti oggi presenti solo in minima parte. Il problema è che, in Italia ma non solo, gli skill professionali della nuova era sono assai difficili da reperire per problemi, purtroppo, strutturali. Secondo una realtà specializzata nel recruitment in campo tecnologico come Modis (oltre un milione di candidati It nella banca dati), gli addetti all’Ict sono oggi oltre 600mila e il trend è in crescita, ma il 22% delle richieste aperte non trova candidature adeguate: “C’è un’evidente sproporzione fra laureati in materie a scarso sbocco professionale e ingegneria o, ancor peggio, informatica – ha valutato il managing director della società, Marco Guarna -. Eppure, c’è una forte domanda di programmatori Java, .Net e Web, analisti funzionali, data scientist, esperti di cloud ibrido e sicurezza, ma anche di prevendita It. Prevediamo che entro il 2022 si creeranno 650mila nuovi posti di lavoro legati alla digital transformation, ma è difficile capire quanti saranno realmente coperti”.
Laddove i passi in avanti sono già stati compiuti, le aziende possono già verificare quali benefici ne sono derivati per la propria efficienza e, di riflesso, per il business. Prendiamo il tema del cloud, fra i più seguiti e adottati anche in Italia. Ibm (attraverso il proprio Institute for Business Value) ha di recente prodotto una ricerca internazionale, che evidenzia come il 76% delle realtà già immerse in una logica ibrida sono state in grado di espandersi verso nuove industrie, il 71% ha creato nuove fonti di revenue e il 69% nuovi modelli di business.
Il campione di 1.000 manager C-Level appartenenti a 18 diversi segmenti ha anche indicato che il 45% dei carichi di lavoro rimarranno per ora on premise, con server dedicati, a testimonianza di strategie estremamente ponderate e problematiche ancora non risolte. Infatti, le tre sfide ritenute primarie per l’adozione del cloud riguardano i rischi percepiti di sicurezza e compliance (47%), il rapporto Capex/Opex (41%) e le preoccupazioni relative a interruzioni operative (38%).
Il cloud è certamente uno dei terreni di innovazione su cui molte aziende hanno fatto affidamento, ma un’altra importante sfida per il futuro riguarda la capacità di gestire, analizzare e utilizzare la crescente quantità di dati che arriva quotidianamente. Su questo fronte, Ibm non solo ha già messo a punto un portafoglio d’offerta, ma lavora anche con la propria ricerca. A Dublino, in modo particolare, sono impiegate circa tremila persone in un laboratorio che si occupa di cognitive e data centric computing, con una specifica attenzione per le applicazioni in campo sanitario: “Al centro dei progetti c’è oggi Watson Health – ha spiegato Marco Sbodio, Research Software Engineer nell’Ibm Ireland Research Lab – ovvero la declinazione verticale del nostro supercomputer, indirizzata a un mondo dove si è calcolato che i dati raddoppiano in quantità ogni 73 giorni e l’80% non è strutturato. Mettiamo il paziente al centro del nostro lavoro, analizzando varie fonti, spesso testuali, per estrarre parole chiave e incrociarle con basi di conoscenza per creare strutture grafiche associabili a singoli individui”.
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