Una facility per l’integrazione

Una facility per l’integrazione

E’ il momento di ripensare le strategie di integrazione, afferma Gartner. Serve tecnologia abilitante la differenziazione competitiva

di: Piero Macrì del 06/06/2016 15:39

Enterprise Management
 
La capacità di integrare, ma anche di dis-integrare rapidamente nuove soluzioni applicative e nuovi pattern di business all’interno delle architetture, diventa un fattore abilitante del business e, allo stesso tempo, un valore di differenziazione competitiva”. E’ quanto afferma Massimo Pezzini, VP & Gartner Fellow di Gartner, che da oltre vent’anni segue il mercato del middleware e dell’application integration.

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E’ il momento di ripensare le strategie di integrazione, aggiunge Pezzini. Non soltanto da un punto di vista squisitamente tecnologico, come per esempio saper spostare i dati da SAP a Saleseforce.com, ma per riuscire a mettere a punto una differenziazione competitiva. Va da sé che le tecnologie che si sono adottate 10-15 anni fa, e gli approcci organizzativi conseguenti, potrebbero non essere più all’altezza per gli obiettivi che si vogliono raggiungere. Secondo Gartner, la problematica dell’integrazione deve essere impostata in base a tre assi fondamentali: impatto sul business, vale a dire le capacità di cui ci si deve dotare per dare valore al business; screening delle tecnologie di integrazione per aggiornare le scelte fatte in passato; cambiamenti che devono essere introdotti dal punto di vista organizzativo. 

Per Pezzini, un esempio di come l’integrazione può essere fattore competitivo è quello di Enjoy, il progetto di car sharing di ENI che vanta oltre 400 mila abbonati al servizio. “I dati dell’operatività del veicolo vengono trasmessi al sistema centrale che poi li scarica sull’ERP, per esigenze di portabilità, fatturazione ecc. Nessuno dei componenti del progetto è particolarmente custom, più o meno tutto si può comprare sul mercato. L’innovazione sta nel mettere insieme tutte queste componenti. Esiste un livello di integrazione per le applicazioni mobili, che devono connettersi con il centro di controllo per la registrazione e localizzazione. C’è poi la problematica di integrazione b2b, con il ministero dei trasporti e il provider della carta di credito per l’autenticazione. Infine, c’è la dimensione di integrazione IoT e l’integrazione classica tra front end e sistema di back end. La capacità di Eni è stata, appunto, nell’integrazione di tutti pezzi del puzzle tecnologico abilitante questo servizio.

Integrazione, quindi, non come fatto tecnico, ma presupposto di un processo di digital innovation. Integrazione B2B, integrazione IoT, integrazione mobile. Tutte queste cose insieme è Enjoy”.Tutto questo comporta un’esplosione della complessità delle problematiche di integrazione, spiega Pezzini. “Innanzitutto perché si moltiplicano i punti di integrazione: tra dati dati e applicazioni che stanno nel data center, di dati e applicazioni mobili, di integrazione IoT del veicolo. Anche il modello di delivery delle funzionalità di integrazione cambiano. Si è abituati ad avere l’enterprise service bus o il tool di ETL che risiedono on premise. Ma ora queste funzionalità sono disponibili anche come servizio cloud. Dal punto di vista organizzativo siamo abituati ad avere dei silos. Lì c’è la gente che fa l’application integration, la c’è la gente che fa il data integration e infine c’è chi si occupa di B2B integration. Bene, queste separazioni organizzative non hanno più senso. Lo dimostra Eni, che per poter per erogare un servizio come Enjoy ha dovuto procedere con modalità diverse. In buona sostanza, per riuscire a risolvere questa complessità non è più possibile avere un approccio centralistico. Sono competenze che devono essere distribuite all’interno dell’azienda. Deve esistere un modello più distribuito, bimodale dell’integrazione”.  

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