Veeam, l’availability gap aumenta. Il disservizio costa alle aziende 16 milioni di dollari l’anno

Veeam, l’availability gap aumenta. Il disservizio costa alle aziende 16 milioni di dollari l’anno

L’Availability Report mostra che le aziende non prestano ancora sufficiente attenzione alle esigenze di continuità di business degli utenti, nonostante i molteplici episodi di downtime. Albert Zammar, CM di Veeam Italia illustra le principali...

di: Barbara Torresani del 25/02/2016 14:00

Enterprise Management
 
L’Always-on Enterprise sembra essere ancora una chimera per molte aziende nel mondo. La capacità di garantire continuità di business, infatti, è un aspetto ancora poco percepito e la strada da compiere in questa direzione è molto lunga. C’è chi come Veeam Software, avendone fatto della fornitura di soluzioni che garantiscono la continuità di business la propria mission aziendale, tiene osserva il fenomeno con attenzione per capirne la portata, verificare se la propria visione è allineata in modo corretto ai trend di mercato e indicare le possibili strade da seguire.
In questa direzione, da cinque anni il vendor commissiona alla società di ricerche di mercato Vanson Bourn un’indagine denominata ‘Availability Report’ al fine di misurare lo stato dell’arte della continuità di business garantita dalla tecnologia.
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Albert Zammar, Country Manager di Veeam in Italia
I risultati dell’ultimo report
– presentati nelle sue linee principali alla stampa da Albert Zammar, Country Manager di Veeam in Italia - non sono certo incoraggianti.
Condotta tra agosto e settembre del 2015 su un campione di 1140 decision maker IT (erano 760 nel 2014) di aziende distribuite nel mondo (quest’anno i paesi coinvolti sono passati da 10 del 2014 a 24; 30 le aziende italiane coinvolte) con oltre i 1000 dipendenti (per un tetto massimo di 5.000) e appartenenti ai principali settori merceologici, l’edizione 2016 mostra una divergenza allarmante – ancora più della scorsa edizione – tra le aspettative degli utenti e l’abilità degli IT di garantire l’Always-On Enterprise. In particolare, dall’indagine emerge che l’84% dei Cio intervistati (il 2% in più del 2014) soffre di un ‘Availability Gap’, inteso come divario tra ciò che l’IT è in grado di offrire in termini di infrastrutture e il 'desiderata' di aziende sempre più iperconnesse e digitali che aspirano a una disponibilità continua e sicura di dati e applicazioni. Il costo del disservizio per le aziende è stimato pari 16 milioni di dollari l’anno, attribuibile non solo a fattori economici come la perdita di fatturato e produttività, ma ad aspetti più emozionali come la perdita di fiducia da parte dei clienti (68%) e degli impiegati aziendali (51%) così come il danno all’immagine aziendale (62%). La cifra è aumentata di 6 milioni di dollari in soli 12 mesi, nonostante quasi tutti gli intervistati abbiano dichiarato di aver messo in atto misure volte a ridurre incidenti legati alla disponibilità di dati e applicazioni. Il costo orario medio per un disservizio, inoltre, è risultato pari a 80 mila dollari, mentre quello associato alla perdita dei dati è stato pari a 90 mila dollari.  

L'importanza dell'alta disponibilità
Oggi nel mondo si contano 3,4 miliardi di persone
(pari al 42% della popolazione mondiale) connesse a Internet e le previsioni indicano che nel 2020 saranno oltre 21 miliardi di oggetti che utilizzeranno le reti informatiche. “Il fenomeno dell’IoT è solo all’inizio ma è un trend avviato; immaginiamo cosa succederà da qui a qualche anno. Si evince perché l’alta disponibilità dell’infrastruttura diventa sempre più importante”, sottolinea Zammar. Un altro elemento da tenere presente è che il numero di applicazioni mission critical all’interno delle aziende sta crescendo in modo esponenziale: oggi sono il 48% e nel 2017 arriveranno al 52%: “Più della metà delle applicazioni all’interno delle aziende sono diventate mission critical. La necessità quindi di garantire un servizio 24 ore su 24 e 7 giorni su 7 per 365 giorni all’anno non è mai stato così importante come oggi, sia per quanto riguarda il dato che il funzionamento delle applicazioni per erogare i servizi. Tuttavia, sembra che le aziende non abbiano recepito appieno questa evoluzione, nonostante più dei due terzi degli intervistati abbia dichiarato di aver investito fortemente sulla modernizzazione dei data center proprio per aumentare i livelli di disponibilità”, enfatizza.
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Aziende Always-on
Essere aziende sempre operative vuol dire avere le infrastrutture informatiche sempre disponibili.
Ma cosa significa esattamente e cosa è necessario avere per essere Always-on?
Dalle risposte dei decision maker IT del campione risulta che almeno al 63% dei casi viene loro richiesto di fornire un’interattività real time e al 59% di fornire un servizio di accesso globale 24x7 ai servizi IT. Questo innanzitutto perché sono sempre più frequenti le interazioni tra clienti, fornitori e partner dell’azienda, perché le aziende sono più globalizzate rispetto al passato e devono lavorare a ogni ora – anche quelle non globalizzate pur non avendo filiali distribuite devono adeguarsi ai trend di mercato. L’adozione crescente di device mobili (55%), inoltre, comporta la necessità di accedere sempre e in qualsiasi momento a infrastrutture aziendali e, di conseguenza, impone a chi eroga servizi di abilitare tutto ciò. Senza dimenticare altri fattori quali l’affermarsi dell’home working e la mobilità dei lavoratori (51%) e la rapida crescita del volume dei dati da gestire (40%). Tutti fenomeni che richiedono disponibilità continua.
Di fronte all’aumentare dell’Availability Gap alcune aziende hanno cercato di incrementare i requisiti in modo tale da minimizzare i disservizi applicativi e garantire l’accesso ai dati, però rimane il fatto che, come detto, ancora l’84% del campione soffre di questo divario.
Cosa occorre fare per coprire questo gap? L’intero campione degli intervistati ha dichiarato che è necessario ammodernare le infrastrutture dei data center. La necessità di abilitare operazioni Always-on guida questa attività per il 71% del campione. Come? Attraverso operazioni di aggiornamento delle operazioni di virtualizzazione (85%) e del backup del dato (80%). Seguono il ripristino ad alta velocità (59%) e l’eliminazione della possibilità di perdita dei dati (57%).
“Veeam copre appieno queste operazioni con le cinque funzionalità base delle sue soluzioni: high speed recovery – garantendo che qualsiasi dato e applicazioni possa essere recuperato o  che si possa ripartire in meno di 15 minuti qualsiasi sia il data store e l’applicazione; data loss avoidance – per garantire che i dati siano sempre recuperabili e protetti; verified assurance – garantendo la consistenza del backup; leverage data, come possibilità di utilizzare i dati di backup senza tenerli lì inutilizzati se non avviene un disastro; complet visibility, per fornire una visione granulare del funziona mento dell’infrastruttura virtuale e di quanta Cpu si sta utilizzando”. 

Dati sempre più a rischio
Guardando a parametri quali RTO (Recovery Time Objective – tempo impiegato per fare ripartire il servizio o recuperare il dato) e RPO (Recovery Time Point quanto è fresco il dato recuperato, quindi a quanto tempo risale) risulta che oggi l’RTO tipico per applicazioni mission critical si attesta a 3 ore, mentre gli SLA fissati sono di 1,6 ore; così come l’RPO si attesta sulle 4,2 ore, invece di 2,9 ore. “Come detto Veeam si impegna a fare ripartire il servizio o a recuperare il dato in pochi secondi. In generale, garantisce che entro 15 minuti è possibile recuperare tutto qualsiasi sia l’infrastruttura”, ribadisce Zammar.  
In termini di rischio, dal report emerge che nel 2015  il numero di eventi annuali di disservizio non pianificati è aumentato (da 13 dell’anno scorso a 15), con una durata maggiore (da 1,4 a 1,9 nelle applicazioni mission critical mentre in quelle non mission critical da 4 a 5,8 ore) e prima di ripristinare la normale operatività è passato molto tempo. “Poco meno della metà del campione afferma di effettuare test di back up su base mensile, addirittura meno di frequente. E fra coloro che testano il backup soltanto il 26% testa più del 5% dei dati archiviati”. 

I driver per la modernizzazione dei data center
Dalla ricerca emerge che i due principali driver che spingono i clienti verso la modernizzazione dei propri data center sono la riduzione dei costi operativi e la sicurezza, sentiti in modo diverso nei differenti paesi. In Italia oltre l’80% degli intervistati riconoscono entrambi i driver come elementi di spinta verso l’ammodernamento delle infrastrutture.
In relazione al backup, elemento di riferimento nella proposizione Veeam, risulta che Italia, Brasile, Germania e Spagna sono fra i paesi che testano il backup in maniera più regolare rispetto alle altre country, ma soprattutto il campione italiano ha affermato che per garantirsi contro la perdita del dato utilizza il backup in locale. “L’Italia è piuttosto indietro rispetto ad altri Paesi che fanno riferimento a servizi data center di terze parti o comunque hanno copie offsite, quantomeno però è interessante il fatto che le aziende testino in modo regolare le soluzioni di backup,” dice Zammar.
In termini di costo di disservizio per paese, il Sud Africa è il paese cha ha riportato il maggior costo medio annuale associato al disservizio (34 milioni), seguito dalla Germania (quasi 31 milioni), con la Svizzera che appare la più virtuosa (solo 1 milione, avendo però aziende con headquarter e data center locali). Il valore per l’Italia è nell’ordine degli 8,64 milioni.
Uno spaccato ulteriore sull’Italia rispetto al tema dell’Alway-on Enterprise mostra che il campione dichiara di voler avere accesso alle applicazioni da qualsiasi parte del globo 24x7  nel 70% del campione – la maggior parte di queste aziende infatti sono globalizzate con filiali distribuite -, desidera garantire interazioni continue e regolari tra clienti, dipendenti, fornitori e partner (67%) e garantire accesso 24/7 ai dipendenti in mobilità (63%). Sul tema dell’Availability per il 70% del campione italiano il numero medio di disservizi non pianificato è di 10 (erano 15 a livello mondiale); un 63% (84% a livello mondiale) ha confermato l’esistenza dell’Availibility gap mentre il 70% ritiene che un disservizio applicativo o una perdita di un dato abbia un impatto negativo nei confronti del mercato (clienti) e la maggior parte delle aziende intervistate teme possibili azioni legali. Infine, il 63% del campione conferma di investire in virtualizzazione del server e il 70% in data protection e data recovery. 
“Non pensavamo che Always-On Gap potesse aumentare ulteriormente rispetto alla scorso anno. Oggi la disponibilità dei dati e applicazioni always-on sono fondamentali per  le aziende di questo mondo iperconesso che operano 24 ore su 24, 7 giorni su 7 e 365 giorni all’anno. E’ necessario quindi creare cultura e attuare un’inversione di tendenza al fine di proteggere il business delle aziende. E Veeam è pronta per mettere in atto questo processo”,  dichiara Zammar. 

Un 2015 in salute
Come visto l’ambito di riferimento di Veeam è molto fertile e il mercato sta riconoscendo nel vendor il ruolo di player di riferimento per la fornitura di soluzioni di alta disponibilità, backup, recupero dei dati e disaster recovery. E i numeri lo testimoniano: “Con 474 milioni di dollari, Veeam ha chiuso il 2015 aumentando i ricavi del 22% rispetto al precedente anno, confermando la crescita di un’azienda ormai diventata a pieno titolo uno dei principali vendor di software per la protezione dei dati. La soluzione di Veeam è tra le più considerate presso le aziende moderne consapevoli dell’imprescindibilità della disponibilità di dati e applicazioni per un business operativo sempre ed ovunque. A tal proposito è stata anche significativa la percentuale di crescita in ricavi degli ordini enterprise dal 2014, pari al 34%. Anche per quanto riguarda la situazione italiana i risultati attestano un andamento positivo, con ricavi cresciuti del 31%, distinguendosi come Top Performer Country a livello Emea. Anche la numerica dei clienti è cresciuta: ad oggi ne contiamo oltre 10.000, con il 23% in più di nuovi clienti rispetto allo scorso anno”, racconta.
Lo scorso anno in Italia il volume delle vendite nel mercato enterprise è quasi triplicato (con una crescita del 292%). L’idea del vendor per il 2016 è quella di continuare a sviluppare i mercati target individuati, quali Smb, mid-enterprise, large enterprise e cloud, facendo leva sul contributo fondamentale dei partner (oltre 2.100) con una offerta orizzontale che si adatta a tutte le tipologie dimensionali di aziende: “Lavoreremo in maniera ancora più sinergica con tutti i nostri partner, che sino ad ora hanno dato un prezioso contributo alla crescita del nostro business in Italia,” conclude.
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