Gli ambienti software-defined declinati da Ibm

Gli ambienti software-defined declinati da Ibm

Il verbo di OpenStack fa breccia anche fra le vetuste mura di Armonk, che dedica un gruppo agli nuovi sviluppi per i data center.

di: Sandro Castro del 01/08/2013 14:35

Enterprise Management
 
L’attrazione verso le tecnologie software-defined sta prendendo piede anche in territori insospettabili. Segno che, forse, dal buzzword stiamo passando a una maggior concretezza, in linea con le esigenze avanzate dal mercato e non più solo per i soliti spunti creati ad arte dal marketing dell’offerta.
Ibm vuol far capire di puntare seriamente sugli ambienti software-defined come possibile evoluzione, almeno parziale, degli attuali data center, al punto da aver ribattezzato Software-Defined Environments (Sde) il gruppo in passato identificato come Application, Integration and Middleware, in seno al Software Group.
Il passo non è trascurabile, se pensiamo che Big Blue fa ancora molto affidamento sull’hardware come chiave per l’evoluzione dei data center, come testimoniano i notevoli sforzi profusi per lanciare lo scorso anno i PureSystems e, poco tempo prima, gli zEnterprise. La contraddizione, in realtà, sembra solo apparente. C’è una forte componente software, soprattutto a livello di integrazione, nei prodotti appena citati e, nella visione di Ibm, il concetto di data center software-defined si identifica con la capacità di definire e creare “pattern”, ovvero modelli di implementazione standardizzati, per poi renderli il target di ciò che l’infrastruttura fornisce di volta in volta. Una visione di processo, insomma, che deve comunque far leva sui sistemi come base e va oltre la segmentazione fra elaborazione, reti e storage che ha caratterizzato riflessioni e annunci sul fronte negli ultimi mesi.
La convergenza degli elementi architetturali, tuttavia, anche per Big Blue si realizza sotto il cappello OpenStack, la piattaforma open source alla quale fanno riferimento altri vendor impegnati  nello stesso ambito (da Hp a Red Hat, per fare dei nomi quasi agli antipodi). Per vedere sviluppi concreti di questa visione, occorrerà attendere ancora qualche tempo, ma l’assegnazione dinamica dei carichi di lavoro alle risorse It, basata sulle caratteristiche delle applicazioni e delle policy service-level è un’idea già presente nell’architettura dei PureSystems e realizzata in qualche modo anche nelle più antiche appliance CloudBurst, studiate per portare gli sviluppi Soa verso ambienti cloud privati. Dunque, anche se nominalmente l’impegno di Ibm verso gli ambienti software-defined appare cosa recente, forse il suo punto di forza sta nella continuità con quanto già disseminato nell’offerta per i data center.
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