Cgia: le addizionali Irpef ci costano 15 miliardi

Cgia: le addizionali Irpef ci costano 15 miliardi

Il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo: "Per l’anno venturo con la legge di Stabilità 2016 il Governo ha deciso di bloccare gli eventuali aumenti delle imposte locali solo per le regioni che non si trovano in deficit sanitario".

di: Redazione ImpresaCity del 11/02/2016 08:23

Economia
 
Dal 2010 ad oggi il gettito ottenuto dall’applicazione delle addizionali Irpef ha subito un vera e propria impennata. Quello relativo alle addizionali regionali è cresciuto di oltre il 34 per cento, quello imposto dai comuni, invece, è salito addirittura del 54 per cento.  
A sostenerlo è l’Ufficio studi della CGIA che ha analizzato il prelievo di queste imposte locali sulle retribuzioni di alcune categorie di lavoratori dipendenti, sui pensionati  e sui redditi dei lavoratori autonomi residenti in un centinaio di Comuni capoluogo di provincia.  Un peso, quello delle addizionali Irpef, molto oneroso che per l’anno in corso garantirà alle casse delle regioni e dei comuni oltre 15 miliardi di euro.  
“Per l’anno venturo – ricorda il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo – con la legge di Stabilità 2016 il Governo ha deciso di bloccare gli eventuali aumenti delle imposte locali solo per le regioni che non si trovano in deficit sanitario. Considerato che sono otto quelle sottoposte ad un piano di rientro dal disavanzo per la spesa sanitaria, per molti contribuenti vi è comunque il pericolo di subire un ulteriore aumento del prelievo, visto che per il 2016 il fabbisogno sanitario nazionale è stato rideterminato con un risparmio di spesa di quasi 1,8 miliardi di euro”.  
In questi ultimi anni il gettito dell’addizionale comunale IRPEF è aumentato del 54 per cento, passando da 2,9 miliardi di euro del 2010 agli oltre 4,4 miliardi di euro del 2014 (ultimo dato disponibile di fonte ISTAT).  Nel biennio 2009-2010 vigeva ancora il “blocco” delle aliquote delle addizionali e solo a partire dal 2011 gli enti locali hanno potuto ritoccare l’aliquota entro il limite massimo dello 0,8 per cento.  
“Nel corso degli ultimi anni – prosegue Zabeo – i Sindaci hanno elevato sempre più le aliquote alla ricerca di gettito. Tuttavia, vi è stata la tendenza a contenere il prelievo sui redditi più bassi, mentre sui quelli più elevati l’aliquota media si è avvicinata sempre più alla soglia massima”.  
In generale, ricorda la CGIA, sono 63 i comuni capoluogo di provincia che nel 2015 hanno applicato l’aliquota al livello massimo consentito (0,8 per cento), mentre una decina hanno aumentato il prelievo nel 2015 rispetto al 2014, con effetti che i contribuenti percepiranno nel 2016.  
Anche le Regioni hanno subito il “blocco” dell’aliquota: in caso di disavanzo sanitario, però, era stata data la possibilità di aumentarla.  L’aliquota “base” ha subito nel tempo diverse modifiche. Nel 1998 e nel 1999 era pari allo 0,5 per cento, nel 2000 è salita allo 0,9 per cento e  dal 2011 è stata ulteriormente aumentata all’1,23 per cento.  
Nel corso del tempo è aumentata anche l’autonomia tributaria delle regioni. Sino al 2013, infatti, l’aliquota base poteva essere incrementata di 0,5 punti percentuali, raggiungendo il livello dell’ 1,73 per cento. Sia nel 2014 e poi nel 2015 alle Regioni è stata data la possibilità di elevarle rispettivamente dell’ 1,1 e del 2,1 per cento.  
“Nel corso degli anni – conclude Zabeo – i governatori hanno  cercato di ridurre il peso fiscale sulle fasce di reddito più basse, concentrando gli inasprimenti su quelle più elevate, anche se la tendenza è stata quella di aumentarne il prelievo, come testimoniano i dati sul gettito che è salito dagli 8 miliardi degli anni 2009 – 2010 ai quasi 11 miliardi del 2014, registrando una variazione di oltre il 34 per cento”.
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