Crisi, Unimpresa: riserve famiglie e aziende +80 mld in 12 mesi

Crisi, Unimpresa: riserve famiglie e aziende +80 mld in 12 mesi

Lo studio dell’associazione: il timore di nuove tasse e la paura della recessioni fanno crescere i depositi bancari; consumi al palo e investimenti fermi.

di: Redazione ImpresaCity del 24/08/2015 09:33

Economia
 
L’onda lunga della crisi e la paura di nuove tasse stoppano i consumi delle famiglie, frenano gli investimenti delle aziende e congelano la liquidità delle banche: crescono, così, di oltre 80 miliardi di euro le riserve, vale a dire il denaro lasciato nei depositi e nei conti correnti.
Nell’ultimo anno i salvadanai delle aziende, dei cittadini, degli istituti di credito, delle onlus, delle assicurazioni e dei fondi pensione sono aumentati, complessivamente, da 1.477 miliardi a 1.558 miliardi in crescita di 80 miliardi (+5%).
Per le famiglie l’incremento dei tesoretti è pari a 15 miliardi (+1,7%) e per le aziende a 14 miliardi (+7%), mentre le banche, che continuano a tenere serrati i rubinetti dei prestiti (in calo di 7 miliardi), la liquidità è cresciuta di quasi 52 miliardi (+16%).
Questi i dati principali di una analisi del Centro studi di Unimpresa sull’andamento delle riserve italiane da giugno 2014 a giugno 2015.Secondo il rapporto, basato su dati della Banca d’Italia, nell’ultimo anno le riserve degli italiani sono passate da 1.477,7 miliardi a 1.558,4 miliardi in salita di 80,7 miliardi (+5,46%).
Nel dettaglio, i depositi delle famiglie sono saliti di 15,4 miliardi (+1,77%) da 874,2 miliardi a 889,7 miliardi; i tesoretti delle imprese familiari sono cresciuti di 2,2 miliardi (+4,92%) da 45,8 miliardi a 48,1 miliardi; per le onlus (organizzazioni non lucrative senza scopo di lucro), l’incremento è pari a 400 milioni (+1,66%) da 24,1 miliardi a 24,5 miliardi. Il comparto relativo alle assicurazioni e ai fondi pensione è l’unico che ha fatto registrare una diminuzione: le riserve sono calate di 3,4 miliardi (-15,51%) da 22,4 miliardi a 18,9 miliardi. La liquidità delle aziende è invece aumentata di 14,2 miliardi da 198,4 miliardi a 212,6 miliardi (+7,18%).
Le riserve delle banche sono cresciute di 42,7 miliardi (+13,30%) da 321,4 miliardi a 364,1 miliardi. La liquidità congelata degli istituti è uno dei motivi del credit crunch. Nello stesso periodo, infatti, il totale dei finanziamenti al settore privato è diminuito di 7 miliardi. Da giugno 2014 a giugno 2015, il totale dei finanziamenti al settore privato è diminuito di 7,1 miliardi di euro passando da 1.426,1 miliardi a 1.419,1 miliardi. Una riduzione che interessa soprattutto le imprese che nell’ultimo anno hanno assistito alla riduzione dei finanziamenti di quasi tutti i tipi di durata.
Sono calati i prestiti a breve termine (fino a 1 anno) per 10,1 miliardi (-3,25%) da 308,5 miliardi a 298,5 miliardi e quelli di lungo periodo (oltre a 5 anni) di 22,6 miliardi (-5,73%) da 395,8 miliardi a 373,1 miliardi, mentre quelli di medio periodo (fino a 5 anni), in controtendenza, sono cresciuti di 15,6 miliardi (+12,76%) da 123,1 miliardi a 138,7 miliardi. In totale, lo stock di finanziamenti alle imprese è comunque sceso da 827,4 miliardi a 810,4 miliardi con una diminuzione di 17,1 miliardi (-2,06%). Il quadro per le famiglie migliora grazie all’aumento del credito al consumo e alla frenata della caduta dei mutui: le erogazioni degli istituti di credito sono complessivamente cresciute di 9,9 miliardi (+1,66%) passando da 598,6 miliardi a 608,6 miliardi. Si registrano meno prestiti personali per 1,4 miliardi (-0,79%) da 181,2 miliardi a 179,8 miliardi e giù, di poco, anche il comparto mutui casa con le erogazioni degli istituti calate di 521 milioni (-0,14%) da 359,4 miliardi a 358,8 miliardi; in controtendenza il credito al consumo, salito di 11,9 miliardi (+20,57%) da 57,9 miliardi a 69,9 miliardi.
“Anni di austerity e tasse, a cui bisogna porre fine, senza bluff e false promesse, hanno prodotto anche questo assurdo risultato: le famiglie non spendono più e preferiscono lasciare i soldi in banca, magari per far fronte a nuove stangate fiscali o imprevedibili onde lunghe della recessione. E’ un effetto perverso del rigore: anche se i soldi ci sono non circolano, i consumi ristagnano e la ripresa fatica a crescere a doppia cifra” dichiara il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi, commentando i dati dell’associazione.
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