Unimpresa: per 3 Pmi su 5 ripresa è miraggio e 2015 incerto

Unimpresa: per 3 Pmi su 5 ripresa è miraggio e 2015 incerto

Il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi: "La legge di stabilità per il 2015 proposta dal governo e poi varata dal Parlamento non contiene l’auspicata cura shock, necessaria per la ripresa".

di: Redazione ImpresaCity del 20/01/2015 09:50

Economia
 
Nessuna prospettiva concreta di miglioramento né indicazioni particolarmente positive: per il 62% delle micro, piccole e medie imprese italiane, il 2015 non rappresenterà la svolta per il rilancio dell’economia. Non ci saranno salti di qualità sul versante della produzione e nemmeno sul fronte dell’occupazione: i 12 mesi appena iniziati, pertanto, si preannunciano critici ed estremamente incerti con l’uscita dal tunnel della recessione ancora lontana.
Questi i risultati principali di un sondaggio realizzato dal Centro studi di Unimpresa, nella prima settimana di gennaio, fra le 122.000 aziende associate.
Più di 3 pmi su 5, dunque, ritengono la ripresa è un vero e proprio miraggio. A deprimere le previsioni delle aziende associate a Unimpresa sono sia i dati congiunturali, che continuano a segnalare un quadro non brillante nell’Unione europea, sia le indicazioni e le stime per il prossimo futuro, che fanno intravedere solo sporadicamente segnali positivi.
Più nel dettaglio, sono diversi i motivi che mettono in ansia gli imprenditori del nostro Paese: problemi con le banche per la concessione di credito, difficoltà nel rispettare scadenze e adempimenti fiscali, ritardi dei pagamenti della pubblica amministrazione, mancati incassi da clienti privati, impossibilità di pianificare investimenti, scarsa flessibilità nel gestire l’occupazione nonostante la riforma contenuta nel cosiddetto jobs act. Un mix di fattori che fa prevedere un anno ancora assai complesso per l’economia italiana.
La crescita economica raggiunta dagli Stati Uniti d’America non è ritenuta un fattore determinante. Per quanto riguarda le esportazioni, si confida sulll’attuale quotazione dell’euro, con il peso sceso sensibilmente specie in rapporto al dollaro Usa. Una bassa valutazione della moneta unica potrebbe favorire gli operatori che hanno una quota consistente del fatturato legata all’export, ma i vantaggi consequenziali all’andamento valutario potrebbero non bastare a dare slancio agli ordinativi. A frenare una crescita della produzione e quindi delle vendite sono anche in questo caso le voci “italiane”: la spesa energetica, il costo del lavoro, la pressione fiscale, la burocrazia, le infrastrutture, il credito bancario.

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