Cgia: un lavoratore autonomo su quattro a rischio povertà

Cgia: un lavoratore autonomo su quattro a rischio povertà

Cgia: "Le famiglie con un reddito principale da lavoro autonomo presentano un rischio povertà quasi doppio rispetto a quello delle famiglie di lavoratori dipendenti".

di: Redazione ImpresaCity del 13/11/2014 19:05

Economia
 
Le famiglie con fonte principale da lavoro autonomo sono quelle più a rischio povertà. Nel 2013 il 24,9 per cento ha vissuto con un reddito disponibile inferiore a 9.456 euro annui (soglia di povertà calcolata dall’Istat). Praticamente una su quattro si è trovata in seria difficoltà economica. Per quelle con reddito da pensioni, il 20,9 per cento ha percepito entro la fine dell’anno un reddito al di sotto della soglia di povertà, mentre per quelle dei lavoratori dipendenti il tasso si è attestato al14,4 per cento (quasi la metà rispetto al dato riferito alle famiglie degli autonomi).
I dati presentati dall’Ufficio studi della CGIA ci dicono che la crisi ha colpito soprattutto le famiglie dei piccoli imprenditori, degli artigiani, dei commercianti, dei liberi professionisti e dei soci di cooperative. Dopo quasi sette anni di crisi, il cosiddetto ceto medio produttivo è sempre più in affanno: oggi è il corpo sociale che più degli altri è scivolato verso il baratro della povertà e dell’esclusione sociale
A differenza dei lavoratori dipendenti – fa notare il segretario della CGIA Giuseppe Bortolussi –quando un autonomo chiude definitivamente bottega non dispone di alcuna misura di sostegno al reddito. Ad esclusione dei collaboratori a progetto che possono contare su un indennizzo una tantum, le partite Iva non usufruiscono dell’indennità di disoccupazione e di alcuna forma di cassaintegrazione in deroga e/o ordinaria/straordinaria. Una volta chiusa l‘attività ci si rimette in gioco e si va alla ricerca di un nuovo lavoro. Purtroppo non è facile trovarne un altro: spesso l’età non più giovanissima e le difficoltà del momento costituiscono una barriera invalicabile al reinserimento, spingendo queste persone verso forme di lavoro completamente in nero”. 
Dalla CGIA fanno notare che dal 2008 al primo semestre di quest’anno gli autonomi (ovvero, i piccoli imprenditori, gli artigiani, i commercianti, i liberi professionisti, i coadiuvanti familiari, etc.) che hanno chiuso l’attività sono stati 348.400: sempre in questo periodo la contrazione è stata del 6,3 per cento. La platea dei lavoratori dipendenti, invece, si è ridotta di 662.600 unità, ma in termini percentuali è diminuita “solo” del 3,8
Prosegue il segretario della CGIA, Giuseppe Bortolussi: “E’ sempre più evidente a tutti che la precarietà nel mondo del lavoro si annida soprattutto tra il popolo delle partite Iva. Detto ciò, la questione non va affrontata mettendo gli uni contro gli altri, ipotizzando di togliere alcune garanzie ai lavoratori dipendenti per darle agli autonomi, ma allargando l’impiego di alcuni ammortizzatori sociali anche a questi ultimi che, almeno in parte, dovranno pagarseli”. 
Per questo la CGIA segnala al Governo Renzi che la legge di Stabilità prevede pochissime misure a sostegno di questi lavoratori. Il regime fiscale agevolato, ad esempio, presenta molti ancora molti punti oscuri, il taglio dell’Irap non interesserà le attività che non hanno dipendenti, mentre sembra ormai sfumata l’ipotesi di estendere anche agli autonomi il bonus degli 80 euro. 
A livello territoriale il popolo delle partite Iva ha segnato la contrazione peggiore al Sud: in particolar modo in Calabria, in Sardegna e in Campania. Tra il 2008 e il primo semestre di quest’anno la riduzione nel Mezzogiorno è stata del 9,9 per cento (-160.000 unità). Segue il Nordovest con il -7,8 per cento (-122.800 unità), mentre il Nordest (-4,3 per cento) e il Centro (-1,3 per cento) fanno segnare delle contrazioni più contenute. Infine, il reddito delle famiglie con fonte principale da lavoro autonomo ha subito in questi ultimi anni una “sforbiciata” di oltre 2.800 euro (-6,9 per cento), mentre quello dei dipendenti è rimasto pressoché lo stesso. In aumento, invece, il dato medio dei pensionati e di quelle famiglie che hanno potuto avvalersi dei sussidi (di disoccupazione, di invalidità e di istruzione) che sono stati erogati ai nuclei più in difficoltà.
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