Digitale tra presente e futuro

Digitale tra presente e futuro

Cloud, big data, mobile e IoT. Come i sistemi informativi possono metabolizzare i nuovi fondamenti abilitanti la digitalizzazione delle imprese

di: Piero Macrì del 20/10/2016 14:50

Cloud Computing
 
Il 66% dei Ceo considera la trasformazione digitale come elemento fondante la propria strategia evolutiva. E’ quanto si evidenza nelle inchieste più recenti effettuate da Idc. “Se fino a un anno fa tutto appariva molto confuso, oggi si va delineando uno scenario molto più definito, con iniziative reali che si esplicano nelle più diverse modalità e in una pluralità di settori di industry”, ha affermato Fabio Rizzotto Senior Research e Consulting Director Idc Italia in occasione dell’evento dedicato alla Digital Transformation.

La velocità di accelerazione verso modelli di business che mettono in discussione il pregresso, o per meglio dire, lo complementano, innescando interazioni con il mercato e con i clienti attraverso un ecosistema digitale, è davvero impressionante ed un qualcosa di trasversale all’intero mercato”, spiega Sergio Patano, Research & Consulting Manager Idc Italia. “Per molti significa mettere a punto vere piattaforme digitali che si affiancano alle piattaforme enterprise andando a declinare tutta una serie di esigenze che vengono sollevate dal mercato che non sono più indirizzabili con tecnologia pregressa. Big Data, mobile, cloud, IoT, reti sociali o succedanei sono i tasselli che servono a comporre e abilitare nuovi servizi. Significa avere a disposizione building block per impostare nuovi modelli di business che fanno leva, per l’appunto, su queste emergenti aree tecnologiche”.  

Innovation Lab
Ma non mancano le difficoltà. Se le startup abbracciano questo paradigma in modo naturale, per le aziende che affondano le radici nel passato, per tutti coloro che hanno a che fare con una struttura consolidata, reinventarsi è una sfida complicata. Le piattaforme digitali non possono essere cattedrali nel deserto, ma devono prevedere un’integrazione con le risorse e gli asset esistenti, sia in termini di tecnologie che di capitale umano. Ecco spiegato il motivo per cui Idc individua nella capacità di mettere a punto special team il cui obiettivo fondante deve essere quello di contaminare con virus digitali la genetica aziendale. Punto essenziale, quest’ultimo, per traguardare con successo il passaggio o la contestuale affermazione di un business che faccia leva su tutti gli elementi abilitanti il new deal. Processo, peraltro, che deve andare di pari passo con la capacità di integrazione con l’esistente, facendo molta attenzione a non andare a creare silos informativi che possano impedire future evoluzioni. Si deve ragionare in termini di architettura, di piattaforme, di interfacce, tutti elementi che permettono, se opportunamente ingegnerizzati, di coordinare e mixare il nuovo con il pregresso.

Digital Officer
Serve una visione del futuro o un presente che guarda al futuro. Chief Digital Officer, Chief Innovation Officer, organizzazioni le più diverse hanno capito che deve esistere un livello di governance superiore in grado di guardare alle opportunità che si aprono grazie all’affermazione di nuove tecnologie. A tutti serve avere uno sguardo più distaccato rispetto al passato, meno dentro le logiche di ordinaria amministrazione e più attento a cogliere i segnali che arrivano dall’esterno, dal mondo reale.
Si parlava una volta di consumerizzazione, termine diventato ultimamente un po’ desueto, ma di fatto digitalizzazione fa rima con consumerizzazione, poiché significa importare in azienda modelli che si sono ampiamente affermati all’esterno dei perimetri aziendali. Il tutto converge inevitabilmente sulla valorizzazione di un numero di dati in costante aumento, fenomeno conseguente l’affermazione di un’interazione di un numero sempre più ampio di persone con oggetti e soggetti che si confrontano in un network a più dimensioni con accessi che provengono da dispositivi plurimi, fissi e mobili, un client-server riattualizzato ai tempi di smartphone e tablet, che vede in background il cloud come una volta il mainfame sovrintedeva l’erogazione di un insieme di servizi riferibili a un’informatica centralizzata.  

Junk data e informazione spazzatura
Crescita dei dati, big data ed esplosione dell'IoT, necessità di analizzare sempre più dati per creare informazione a supporto delle decisioni aziendali, agendo su volumi di dati strutturati e non strutturati.
"Entro il 2020 - affermano in Idc - verranno generati complessivamente dati per un volume superiore ai 44 zettabyte, di cui l’80% circa in formato non strutturato", una profezia che sembra l'annuncio di un imminente disastroso evento metereologico, uno tsunami da cui mettersi al riparo.La crescita della circolazione dei dati, per come viene presentata, sembra poter avere un effetto devastante se non arginata e controllata. A hard rain is gonna fall, cantava negli anni sessanta Bob Dylan, una frase che, estrapolata da quel contesto, può essere la metafora dell'approssimarsi del diluvio di dati che si profila all'orizzonte.

Verrebbe da dire che sarà sempre più complicato distinguere tra ciò che è valore e ciò che è spazzatura, tra ciò che ha una qualche attinenza con la propria attività e ciò che che si distingue per essere junk data. Al netto dell'enfasi mediatica che caratterizza l'esponenziale diffusione di dati, sembra che sia proprio questa la sfida che si dovrà sostenere. Scremare il buono dal cattivo, facendo emergere un concentrato di informazioni coerente con i propri obiettivi. La crescita dei dati deve peraltro essere messa in relazione all'aumento demografico in una dimensione di mercato con un profilo tecnologico-digitale sempre più marcato. Infrastrutture di comunicazione evolute, una volta appannaggio del mondo occidentale, sono ora estese a un numero più ampio di aree geografiche, quelle tendenzialmente definite come emergenti, che emergenti non sono più. Si pensi alla Cina, all'India, al Far East e in prospettiva l'Africa. Un numero sempre più grande di persone si affaccia a un mondo digitale e diventa parte attiva della domanda e offerta dei servizi. L'ecosistema tecnologico, e con esso i dati aggregati, sta crescendo in modo direttamente proporzionale all'inclusione tendenziale della popolazione emergente determinando un consumo pro capite di tecnologia più diffuso.
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Tutto questo per dire che la crescita dei dati va vista in relazione alla progressiva inclusione di un numero di persone straordinariamente più grande del passato, determinato da crescita economica e demografica. In valori assoluti tenderà ad aumentare a livello globale, me per quanto riguarda paesi con una prospettiva demografica crescita zero, vedi l'Italia o in generale l'Europa, potrà, nella migliore delle ipotesi, evidenziare una crescita in termini di sola digitalizzazione pro capite. Ecco perché i famosi xx zettabyte che verranno generati nel prossimo futuro tutto sommato non hanno nulla di sorprendente. E soprattutto, fatto 100 il numero di dati prodotti globalmente, soltanto una porzione davvero minima sarà una componente a valore. Il resto è e resterà junk data. 
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