HPE Discover 2015, la chiave di lettura italiana

HPE Discover 2015, la chiave di lettura italiana

Stefano Venturi, Corporate VP e AD del Gruppo Hewlett Packard in Italia, affiancato da alcuni manager italiani, commenta le novità del recente evento londinese che ha visto il vendor fare annunci tecnologici strategici per il nuovo corso...

di: Barbara Torresani del 27/01/2016 10:07

Cloud Computing
 
Nella cornice di HPE Discover 2015 a Londra – l’appuntamento  annuale che nella recente versione  europea ha visto la partecipazione di 13 mila partecipanti - Stefano Venturi, Corporate VP e Amministratore Delegato del Gruppo Hewlett Packard in Italia, affiancato da alcuni membri del team manageriale, si sofferma sul nuovo corso intrapreso da Hewlett Packard Enterprise - illustrato a clienti e partner e alla stampa italiana lo scorso ottobre - e commenta gli annunci principali dell’evento londinese.
Il focus in particolare è su Synergy, l’infrastruttura fluida e componibile per abilitare scenari di cloud ibrido, sulle novità in ambito IoT e sull’accordo con Microsoft in ambito cloud.
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Filo conduttore dell’evento, quasi inutile a dirsi, il tema della Digital Transformation che per HPE si identifica nel New Style of Business per trasformare la società e i business; una strategia che si fonda su quattro aree di trasformazione: l’evoluzione verso infrastrutture ibride; la sicurezza per le aziende digitali; l’abilitazione di aziende Data Driven, per dare forza all’impresa digitale basata sui dati ‘scavando nella miniera dei Big Data dove estrarre informazioni utili per il business’; l’abilitazione del workplace del futuro“una gestione della mobilità che determina nuovi modelli di business innovativi, che va oltre il concetto di lavoro mobile e si spinge al Byod, ma soprattutto alla capacità di abilitare il nuovo modo di lavorare nella fabbrica 4.0, dove l’operaio ha un’interazione diversa con la macchina, la macchina con il sistema, e il sistema centrale autoregola una serie di sensori per abilitare una fabbrica più efficiente”, spiega Venturi.
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Il team italiano incontrato a Londra ad HPE Discover 2015: da sinistra a destra Angela Chatzidimitriou, Andrea Vingolo, Fabio Tognon, Andrea Monaci, Stefano Venturi (Corporate VP e Amministratore Delegato del Gruppo Hewlett Packard in Italia), Yari  Franzini, Paola Rigoldi, Marco Lesmo
Fabio Tognon, Country Manager Server Division, HPE Italiana, commenta l’arrivo di Synergy:
“E’ uno degli annunci più strategici all’interno della filiera hardware di HPE che caratterizzerà il 2016; lo aspettavamo da tempo in quanto è frutto di un investimento molto importante e ha un contenuto fortemente tecnologico. E’ il progetto Thunderbird annunciato circa un anno e mezzo fa dal Cto Martin Fink quando ha iniziato a spiegare il percorso architetturale ‘The Machine’, che ha visto vari rilasci nel corso del tempo. Il primo è proprio la piattaforma HPE Synergy, un nuovo paradigma infrastrutturale, che non sostituisce nessun prodotto a portafoglio ma si pone come nuova classe architetturale che va ad aggiungersi a quelle già esistenti, frutto di 2/3 degli investimenti degli HPE Labs”. Si tratta, in sostanza, della prima piattaforma nata per la Composable Infrastructure: “Per la prima volta si disaggrega l’infrastruttura dal provisioning delle applicazioni. Tutto ciò porta ad alcuni vantaggi principali: una forte riduzione dell’overprovisioning nei data center che arriva fino al 60% e l’abbassamento dei costi di infrastruttura – 21% dei costi upfront e 30% dei costi on going”. Tre gli elementi principali su cui si fonda: un pool di risorse fluide – computazionali, storage e fabric; un’interfaccia software defined per gestire l’aggregazione e la disaggregazione in tempi molto rapidi delle risorse che possono essere dislocate in spazi diversi dell’infrastruttura; le Api unificate per abilitare il modello DevOps e gli sviluppatori a poter interagire con linee di comando per governare l’infrastruttura. “Una nuova infrastruttura che si pone come elemento centrale per quelle organizzazioni clienti che vogliono percorrere la trasformazione verso l’infrastruttura ibrida o comunque verso quell’IT bimodale che combina IT  tradizionale verso applicazioni cloud, con tempi rapidi di sviluppo applicativo e di implementazione, abbassando i costi di operation perché quando l’intelligenza software defined interagisce con il pool di risorse toglie automaticamente i vincoli infrastrutturali – i driver, i firmware, i legami tra i sistemi operativi e le applicazioni che vengono automatizzati”, afferma Tognon.
La disponibilità di Synergy per l’Europa è prevista per il secondo trimestre del 2016: “In Europa abbiamo il tempo necessario per lavorarci e la giusta attenzione per posizionarlo al meglio. Stiamo cercando di capire quali possano essere i clienti predisposti all’adozione di questi sistemi visto che non è uno passaggio così automatico.  Si cambia, infatti, il paradigma in quanto si tratta di sistemi x86 che differiscono da quello tradizionali – c’è un team di operation che gestisce il boot dei sistemi operativi, la compatibilità degli applicativi , … Insomma: bisogna guidare il processo di trasformazione e noi lo faremo con la nostra struttura di consulting e i partner per abilitare i clienti a comprendere e abilitare questo nuova modalità di fruire dell’IT”.
Fondamentale il ruolo dei partner; a corredo di tutto ciò è quindi previsto lo sviluppo di un programma di canale che sarà lanciato nei prossimi mesi per permettere anche agli sviluppatori di intervenire e partecipare a questa piattaforma nativamente open. A tale proposito sono già attive collaborazioni con Microsoft, Red Hat e VMware e ciò: “è molto importante per poter ampliare lo spettro di azione sui clienti e sugli sviluppatori che producono applicazioni”, enfatizza Tognon.
A sottolineare la strategicità dei partner interviene Venturi: “Il canale è sempre al top per HPE. Ogni piattaforma che HPE sviluppa è pensata e disegnata per essere veicolata dal canale. Di anno in anno accresciamo la percentuale di business che realizziamo attraverso i partner, che già ad oggi è molto alta. La sfida attuale è quella di abilitare il canale a posizionare al meglio questa nuova soluzione che rappresenta un nuovo paradigma, che, come ribadito, non sostituisce nulla è di complemento ai sistemi esistenti: l’x86 tradizionale continua  a rappresentare la linea base dell’offerta server, mentre la nuova soluzione abilita il New Style of IT”.
A livello mondiale sono state già identificate aziende early adopter, tra cui anche tre italiane: realtà di livello enterprise che hanno collaborato sin dall’inizio alla definizione dei requisiti di base della piattaforma. Sin dall’inizio, infatti, il tavolo di lavoro dei sistemi X86 a Houston ha coinvolto una rosa di clienti selezionati americani ed europei che sono stati oggetti integrante della definizione della piattaforma, nata proprio  in base a questi feedback. L’obiettivo italiano per Synergy però si estende anche alle aziende PMI: “Fermo restando che le aziende enterprise rappresentato il focus principale di Synergy, pensiamo che anche la media azienda possa essere interessata all’adozione di Synergy. Un’adozione, che in questo caso, potrebbe essere più rapida e quindi l’innesto può più veloce. Come detto, si tratta infatti della prima infrastruttura che abbatte drasticamente i costi di operation perché disaccoppia l’hardware dal sistema operativo e dall’applicazione; significa che automaticamente l’intelligenza software defined va ad associare il sistema operativo 'pescando' la risorsa di computing, storage e di rete, scegliendo il firmware e i driver appropriati per le applicazioni da installare sgravando i team di operation da alcune operazioni. Disaccoppiare completamente il ferro dal sistema operativo e dalla applicazione permette di rendere disponibile un ambiente operativo all’utente chiavi in mano.  In Italia, quindi, la vera sfida è quella di creare nelle aziende PMI l’aspettativa su questo nuovo concetto di delivery di servizi basato su un nuovo IT, un nuovo x86, svincolato dai processi di operation”, conclude Tognon.
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E ancora Venturi: “I Synergy saranno sistemi mainstream per l’IT perfetti per i partner a valore per aiutare le aziende di ogni dimensione. Il tema di fondo, in particolare in Italia, è però quello di rispondere alle necessita delle piccole e medie aziende. E fondamentale sarà sviluppare le competenze dei nostri partner. La buona notizia è che i nostri partner chiedono di avere soluzioni di questo tipo, che li aiutino ad accompagnare la trasformazione digitale dei clienti, migrando da sistemi tradizionali complessi a sistemi moderni per superare anche i fenomeni di shadow IT all’interno delle loro organizzazioni. Il fatto di dotarli di un’infrastruttura fluida –associata alle flessibilità dei servizi finanziari  permette a HPE di raggiungere gli stessi livelli di servizi ottenibili nel cloud pubblico senza le latenze e senza dover necessariamente esternalizzare su cloud service provider da cui non è facile tornare indietro e che magari non riescono a garantire certi livelli di sicurezza”.

Cloud: la forma ibrida è vincente
La strategia cloud di HPE è rimasta coerente negli ultimi cinque anni ed è quella dell’hybrid IT che nel corso dei questo quinquennio ha visto via via eseguire alcuni tasselli principali. La rinfresca Andrea Monaci, Emea Cloud Marketing Manager, HPE: “E’ la strada giusta: l’hybrid cloud è la direzione seguita da HPE, perché combina al meglio IT tradizionale e moderno, public e private cloud. E su questa impronta vanno letti tutta una serie di annunci recenti a partire appunto dalla Composable Infrastructure, che porta i vantaggi del cloud sull’infrastruttura privata. Il tutto con l’obiettivo di rendere l’IT del cliente facile e facile e gestibile”. E prosegue:“Il nostro ruolo è giocare su entrambi i fronti cloud - privato e pubblico - cercando di fare un corretto assessment delle applicazioni e dei servizi e di conseguenza dare ai clienti la giusta infrastruttura private fluida e flessibile per le applicazioni e i dati più critici e dall’altra supportarlo nell’orientamento al public cloud con la corretta gestione. La percezione che il cloud pubblico costi meno è una percezione e unicamente una percezione. Di fatto, non è proprio così. Il modello vincente è quello della infrastruttura as a service”.
img-0544.jpgFabio Tognon, Country Manager Business Unit Server, HPE Italia; Stefano Venturi, Managing Director, HPE, Italia; Yari  Franzini, Country Manager ‎Converged Infrastructure HPE Italia
Prosegue inoltre l’impegno di HPE in ambito open: è forte l’investimento aziendale su OpenStack e nell’ambito DevOps per lo sviluppo software. In maniera coerente in quest’ambito HPE mette in campo il sistema CloudSystem con un catalogo servizi cloud in cui si integrano anche i servizi AWS e Microsoft Azure.
Nello specifico, la strategia Hybrid di HPE si declina in una parte di ’build’ e una di ‘consume’. In quest’ultima declinazione si inserisce il recente accordo con Microsoft, presentato a Discover 2015 di Londra, con la partecipazione in video dello stesso Satya Nadella, Ceo di Microsoft: “Il public cloud continua a rivestire per HPE un ruolo importante come declinazione cloud e per questo abbiamo scelto di abbracciare Microsoft come Preferred Partner. E’ questa una scelta scontata e naturale: da tempo lavoriamo insieme su molte aree comuni condividendo partner e clienti; la scelta non poteva che essere questa. La collaborazione è vicendevole: Microsoft con Azure diventa Preferred Partner HPE per il Public Cloud e HPE proporrà Microsoft Azure su ogni server HPE. A sua volta HPE diventa Preferred Partner per il Privat Cloud di Microsoft. Oltre a centri di ricerca congiunti è attivo un progetto di R&D comune che lavora sull’integrazione di tutto lo stack – il primo sistema è l’HPE Hyperconverged 250 -  su cui tutta la parte di private cloud è relaizzata da HPE e sopra si pongono servizi congiunti che integrano il package. La collaborazione è anche sul Public Cloud con offerte aggiuntive di HPE Software che integrerà l’automazione, l’orchestrazione, la sicurezza e, in futuro, la parte relativa a Vertica e al Big Data”.
Annuncio importante sul cloud di Discover è stato anche HPE Elion Managed Cloud Broker, un nuovo servizio gestito che permette alle aziende di erogare, utilizzare, consolidare e controllare con sicurezza i servizi associati a più provider e workload cloud.
In parallelo sul fronte Public Cloud prosegue l’iniziativa HPE Cloud28+ - una community di organizzazioni commerciali e pubbliche che ha lo scopo di espandere l'adozione dei servizi cloud in Europa (Middle Est e Africa);  un progetto relativo a una community estesa e un catalogo di servizi cloud (oggi circa 680, ndr) dove i partner - service provider, cloud builder, ISV, … – che creano e vendono servizi cloud mettono i loro servizi a disposizione dei clienti paese per paese. Permette alle aziende europee di individuare facilmente i servizi cloud adatti alle proprie specifiche esigenze di business; i clienti possono impostare la ricerca in base alla dislocazione del data center o al provider che eroga il servizio cloud richiesto, così da assicurare la conformità alle normative locali e alle policy aziendali. Un progetto europeo ora esteso oltre il continente che dà ampio spazio al tema dell’Open Source: “In ambito cloud tutto gira attorno al cliente; è il centro di tutto ed è lui che sceglie. Per questo HPE deve supportare la scelta del cliente mettendogli a disposizioni tutte le opzioni possibili”, conclude Monaci.

Va in scena l’IoT
Al centro di Discover, inoltre, si pongono anche annunci strategici in ambito Internet of Things (IoT), collegati a uno dei quattro pilastri della strategia: quello dello ‘smart workplace’.
In questo ambito stiamo cercando di completare l’opera dopo l’acquisizione di Aruba Networks. Questo infatti è il primo grande annuncio post acquisizione e siamo impegnati nell’integrazione dei prodotti”, dichiara Yari Franzini, Country Manager ‎Converged Infrastructure Italy HPE.
Le nuove soluzioni costituiscono un importante elemento della strategia aziendale volta a offrire maggiore potenza di calcolo e connettività a livello periferico aiutando i clienti a massimizzare il valore e minimizzare i rischi dell'IoT alla velocità del business.
Come racconta Franzini, il mercato dell’IoT sta riportando e riporterà forti crescite, guidato dagli oggetti distribuiti, in cui è fondamentale capire cosa fare della mole di dati legati a questi dispositivi. A questo proposito, Gartner dichiara che nel 2016 saranno connessi 6,4 miliardi di dispositivi IoT, il 30% in più rispetto al 2015. La rapida proliferazione di dispositivi, dati e connettività IoT ha la capacità di rendere possibile la creazione di nuove proposte, di aumentare l'efficienza, di migliorare i processi decisionali e di gestire più efficacemente il rischio all'interno delle organizzazioni. “Oggi nel mercato ci sono molti device ma i clienti ancora non riescono a trarre valore da tutti questi dati non aggregati e analizzati al meglio. Tutto ciò non consente di trasformare i dati in informazioni per prendere decisioni di business, vero valore aggiunto per le aziende”, sostiene. 
In questo ambito HPE ha introdotto nuove soluzioni, tra cui i sistemi HPE Edgeline – già disponibili -, gateway che aggregano le informazioni recepite attraverso le reti e consentono agli utenti di prendere decisioni in tempo reale: “Il grande plus di questo annuncio sta nel fatto che i gateway in questione sono posizionati al di fuori del data center a livello network edge e quindi più vicini alla rete e di conseguenza con capacità di analisi dei dati molto più veloci rispetto a quando si trovano nel data center”. Sono basati su infrastruttura Moonshot, altamente scalabile con capacità computazionale molto elevata, con all’interno software che consente questo tipo di aggregazione. “E’ un primo step in cui HPE mette a disposizione del business le informazioni per prendere decisioni veloci e accurate. E’ una sorta di appliance applicata al network che si distribuisce fuori dal data center per accelerare l’analisi dei dati e di conseguenza delle decisioni”, puntualizza Franzini.

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Il secondo annuncio ascrivibile all’ambito IoT è legato ai beacon; si tratta di sistemi di gestione dei beacon - denominati Aruba Sensor - che consentono di collegare l’applicazione a questi elementi in modo da rilevare e ricavare la localizzazione. L’ambito di riferimento è quello di location service e mobile engagement, in cui, a seconda della posizione rilevata dall’applicazione si possono fornire informazioni e servizi utili all’individuo all’interno di un workplace, piuttosto che di una location (per esempio i musei). HPE ha quindi introdotto sistemi beacon cloud ready, gestibili attraverso piattaforme cloud, attivi in ambienti multivendor e collegati attraverso sistemi wi-fi, governabili e gestibili attraverso un sistema cloud: “Sono sistemi che essendo distribuiti necessitano di un controllo”. Si tratta di soluzioni che necessitano di forte integrazione e per questo HPE sta cercando di creare una rete di collaborazione in un mercato molto interessante e promettente; da una parte il vendor sta lavorando con la propria consulting per andare sul mercato più enterprise e dall’altra con i Business Partner qualificati e gli ISV che hanno sviluppato soluzioni verticali.

In generale, gli annunci di Discover confermano ulteriormente il fatto che HPE stia operando su tutti i fronti tecnologici di riferimento, posizionandosi come un player a 360 gradi in grado di offrire l’infrastruttura portante computazionale e di analisi delle informazioni, i livelli di security necessari rispettando i nuovi paradigmi che vanno oltre il firewalling, la rete di accesso wired e wireless che, grazie alla posizione di Aruba gli permette , oggi più di ieri, di poter giocare anche al tavolo dei vendor di rete.
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