Cloud, big data, mobile e la realtà immaginaria

Cloud, big data, mobile e la realtà immaginaria

Come molti osservano, andiamo verso un mondo ibrido, un IT meticcio dove trovano spazio le soluzioni più diverse, difficilmente collocabili all’interno di rigide classificazioni

di: Piero Macrì del 20/11/2013 16:32

Cloud Computing
 
Il problema dell’IT è volere classificare tutto, ragionare per etichette, e applicare una logica fatta di sigle - cloud, big data, BYOD - in contesti aziendali dove le soluzioni che vengono adottate sono in massima parte del tutto eterogenee e multiformi.
Se è vero che la componente più propriamente business assume rilievo a livello decisionale e il CIO, nella migliore delle ipotesi, diventa chief innovation officer - una figura non subordinata all’interno della gerarchia aziendale, in grado di interpretare le esigenze di trasformazione dell’azienda e introdurre servizi a supporto di nuovi modelli di business - è altrettanto vero che tutti i termini esoterici che l’industria IT propone sono in qualche modo fine a se stessi.
Le categorie servono a orientare la discussione all’interno di macroargomenti: cloud come ottimizzazione delle infrastrutture, big data come efficienza e valorizzazione dei dati, BYOD come possibilità di estendere applicazioni e accesso a dati da dispositivi mobili. Cloud, big data, BYOD contribuiscono a indicare quali possibili soluzioni possano essere implementate per rispondere a esigenze di produttività, fare di più con meno, e ad esigenze di erogazione di nuovi servizi. Ma non sono di per se stesse un valore.
Il valore è dato dalla capacità di procedere a una continua trasformazione dell’IT assecondando esigenze di business. Dove poi questo sconfini nella formula cloud, big data, mobile è tutto da vedere. Le etichette cambiano nel tempo, la necessità di trasformare rimane invece una costante. Così è stato e così sarà per gli anni a venire.
Se dovessimo stabilire quanto di infrastruttura cloud esiste all’interno delle grandi organizzazioni, basandosi sui criteri definiti dalla letteratura tecnologica, probabilmente scopriremmo che poco o nulla esiste. Stiamo parlando di cloud privato, ovvero come le organizzazioni IT hanno deciso di procedere per ottimizzare le risorse interne e modernizzare il conglomerato hardware e software. In questo caso ci renderemmo conto che in massima parte il percorso evolutivo adottato è stato quello di realizzare un’infrastruttura dinamica il cui collante logico è la virtualizzazione.
Il server fisico esiste ancora, eccome, così come esistono service provider che fanno business su connettività, hosting e housing. Una dimensione dell’IT che è soltanto morte apparente. Ed è pura immaginazione credere che tutto sia diventato virtualizzato o cloudizzato. I tempi di trasformazione dell’IT sono lenti, scardinare e azzerare tecnologie che si sono protratte nel tempo, non è cosa semplice, soprattutto quando quelle tecnologie si sono sempre rivelate tutto sommato affidabili.
La trasformazione dell’esistente è più che altro legata alla trasformazione del contesto economico e alle differenti modalità attraverso le quali un’impresa deve sapere essere sul mercato. E’ dai tempi dei tempi che l’IT ha cercato di dare risposte affinché non si creassero dipendenze tecnologiche, dando la possibilità di evolvere nel modo più semplice possibile, senza dover mettere in discussione gli investimenti pregressi.
Ora tutti questi problemi sembrerebbero risolvibili dando alle aziende la possibilità di vedere l’IT come un centro di servizi, il cui sourcing tecnologico potrebbe essere declinato in una forma privata o pubblica. Di fatto non vedremo mai, o quanto meno sarà molto difficile, una connotazione netta tra i due ecosistemi. Tutto sarà molto sfumato. Come molti osservano, andiamo verso un mondo ibrido, un IT meticcio dove trovano e troveranno spazio le soluzioni più diverse, difficilmente collocabili all’interno di rigidi formalismi accademici.
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