Il cloud? Un work in progress

Il cloud? Un work in progress

Il cloud, afferma Alessandra Brasca, Cloud Leader di Ibm Italia, nasce per lo più in funzione di un processo di trasformazione ed efficientamento dell'IT tradizionale

di: Piero Macrì del 03/04/2013 10:40

Cloud Computing
 
alessandra-brasca.jpgIl passaggio al cloud? Per quanto questo modello corrisponda al nuovo mantra dell’informatica, nella maggior parte dei sistemi informativi esso viene valutato all’interno di un percorso di IT transformation. Come afferma Alessandra Brasca, Cloud Leader di Ibm Italia, “I clienti sono per lo più concentrati sul tema dell’ottimizzazione ovvero sull’efficientamento della gestione operativa e sulla complessiva standardizzazione dell’ambiente informatico”.
E’ da questo processo, trasversale a molte organizzazioni, così come descritto da Brasca, che viene individuato un eventuale vantaggio nell’associare a un certo servizio uno stack infrattutturale e di piattaforma ben definito che coinvolge risorse server, di storage, di networking, di sistema operativo, di middleware e di applicazioni in una dimensione di tipo cloud. Sono tutte attività, dice Brasca, che da una parte si traducono in un consolidamento conseguibile attraverso una logica di virtualizzazione e dall’altra danno vita alla possibilità di introdurre automatismi propri dettati dall’adozione di un modello di gestione cloud-based.
Il cloud, se vogliamo, è quindi un livello di ulteriore sofisticazione dell’ambiente informatico che si è andato determinando attraverso la virtualizzazione e, in particolare, di tutti quei contesti organizzativi dove si è proceduto alla definizione di un catalogo di servizi individuando e associando specifici stack infrastrutturali e di piattaforma. E’ il fenomeno del private cloud che nasce per effetto di una standardizzazione e di una volontà di efficientamento complessivo delle risorse IT.
In quest’ottica, dice Brasca, l’importante, è stabilire quali sono i servizi nell’ambito del catalogo che si vogliono andare ad erogare as a service. Per molti significa, quindi, agire in modo tattico per ridurre i costi e rendere più efficienti le operazioni IT. Nulla a che fare con il cloud come business driver. In tutte le organizzazioni l’eventuale adozione del cloud risulta, infatti, del tutto trasparente all’organizzazione nel suo complesso. Quanto sta accadendo, in definitiva, quanto meno in questa prima fase, corrisponde a una reingegnerizzazione del motore-apparato IT che viene strutturato in base a regole e metodi di maggiore efficienza.
Accanto al fenomeno prevalente cui si è sinora accennato esiste l’effetto cloud determinato dall’adozione di software as a service per conto delle line of business, tipicamente il marketing, si pensi all’utilizzo di applicazioni CRM come Salesforce.com. In questo caso, dice Brasca, l’importante, è mettere a fattor comune investimenti e risorse interne ed esterne, mettere a punto un’integrazione che permetta interazione e dialogo tra sistemi ERP e DB con applicazioni SaaS.
Terzo aspetto, e driver della trasformazione e adozione del cloud, riguarda la realizzazione ed erogazione di nuovi servizi in conseguenza dell’avvio di nuovi progetti, tipicamente la disponibilità di applicazioni business dovute all’espansione di proprie attività in nuove aree geografiche. In questo scenario, afferma Brasca, il cloud diventa un’opzione di assoluto interesse poiché consente time to market e implementazione estremamente rapidi.  Un vero e proprio outsourcing di nuova generazione che si distacca dalle opzioni del passato garantendo flessibilità e costi scalabili con esigenze modificabili nel tempo.
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