Il futuribile data center della PA digitale

Il futuribile data center della PA digitale

I vantaggi dell'economia di scala che può essere generata dal consolidamento delle risorse elaborative disperse sul territorio in infrastrutture di data center condivise

di: Piero Macrì del 21/03/2013 17:06

Cloud Computing
 
Il Cloud Computing? Una formidabile leva per la trasformazione digitale della Pubblica Amministrazione e per una maggiore efficienza del sistema Paese. Sono le parole utilizzate da Agostino Ragosa, Direttore dell’Agenzia Digitale Italiana  intervenuto nel corso del Cloud Computing Summit, promosso da The Innovation Group.
“Il Cloud – dice Ragosa - deve essere visto essenzialmente come una opportunità di centralizzazione delle risorse, considerato che il problema più grave si riscontra proprio nella frammentazione dei dati”. Come non essere d’accordo? Ciascuna singola amministrazione ha sviluppato nel tempo soluzioni ad hoc spesso incompatibili l’una con l’altra. L’assenza di un piano guida nazionale che indirizzasse gli investimenti in modo omogeneo ha creato una vera e propria anarchia informatica e inevitabili e gravissime inefficienze.
Nel documento "Raccomandazioni s proposte sull'utilizzo del cloud computing nella Pubblica Amministrazione" il fenomeno appena descritto è ben circostanziato. "Nella sola PA centrale vi sono più di 1000 data center di diverse dimensioni distribuiti sul territorio, che ospitano più di 20.000 server e oltre 3 milioni di punti-funzione di software proprietario, per un costo annuo complessivo per la sola gestione di 450 milioni di euro. Questi data center - si legge nel documento - sono spesso duplicati nelle funzioni e privi di una visione sistemica attraverso la quale attuare sinergie basate sulla standardizzazione, l’interoperabilità, l’evoluzione tecnologica, la condivisione delle risorse e strategie di acquisto coordinate".
Per avviare iniziative di una certa portata è dunque necessario procedere a una riorganizzazione generale di gran parte dell’IT pubblico. Occorre innanzitutto che dati e informazioni delle singole Amministrazioni siano integrati. Occorre omogeneità e semplificazione della strutturazione dei dati attraverso tutta la filiera della macchina amministrativa. 
Inutile dirlo, in assenza di una visione unitaria e coordinata la spesa complessiva è destinata a lievitare senza che si possano evidenziare vantaggi significativi. Oggi nell’informatica della PA italiana si spendono oltre 5 miliardi di euro l’anno. Soldi che potrebbero essere spesi meglio perché ciascun Ente, Ministero, Comune, Provincia è un’isola a sé.
E’ possibile cambiare? “Certo che sì – afferma Ragosa - e il cloud può essere una componente essenziale per una strategia di lungo termine. Significa guardare a una centralizzazione complessiva delle Amministrazioni, alla stessa stregua di quanto sta accadendo negli Stati Uniti. Fare in modo che le migliaia di centri dispersi sul territorio possano essere parte integrante del Sistema Pubblico di Connettività”.
Obiettivi che appaiono tuttavia subordinati alla disponibilità di Banda Larga su tutto il territorio nazionale. Il cloud è infatti una prospettiva di sviluppo che non può prescindere da una modernizzazione delle infrastrutture di comunicazione. Detto in altre parole, per fare il cloud sono necessarie arterie digitali, che attraverso un capillare sistema di distribuzione possa consentire una convergenza digitale delle tante amministrazioni disperse sul territorio. 
Se da una parte la PA rivela una inadeguatezza frutto di mancanza di investimenti mirati e condivisi, dall’altra si evidenzia una mancanza di coerenza in termini di risorse utilizzate, applicative e di sistema, che sono frutto di un’assenza di governance che si protrae ormai da anni in modo preoccupante.
Occorre, quindi, intraprendere una razionalizzazione applicativa, occorrono soprattutto linee guida che possano prevedere un percorso di armonizzazione in seno a tutte la Amministrazioni. Nulla di più nulla di meno di quanto si sta cercando di realizzare nel settore privato.
L’economia di scala che può essere generata dal consolidamento delle risorse elaborative disperse sul territorio in infrastrutture di data center condivise può produrre immensi vantaggi. Rendere interoperabili le diverse fonti informative è la questione di fondo. La normalizzazione dei dati e la possibilità di creare archivi centrali, accessibili da parte di tutti i soggetti coinvolti consentirebbe, inoltre, l’erogazione di nuovi servizi. Ma al di là dell’efficienza, dei risparmi di costo, il cloud appare oggi anche come condizione irrinunciabile per adempiere ad obblighi normativi su base europea.
Tra i vari interventi in agenda Ragosa ricorda  che per il 2015 è prevista la realizzazione di un’anagrafe unica nazionale. Tutti i dati attualmente residenti presso ciascun singolo Comune dovranno confluire in un unico archivio nazionale e un unico data center. Verosimile? Ce lo auguriamo.
Ci saranno i fondi necessari per procedere a simili investimenti? Oppure le priorità economiche del prossimo Governo vedranno per l’ennesima volta un rinvio di quanto finora definito all’interno del programma dell’agenda digitale? Bello sarebbe se quantomeno i finanziamenti stanziati dall’Europa fossero effettivamente utilizzati, considerato che, come dichiara Ragosa, dei miliardi messi a nostra disposizione solo una parte è stata sinora investita.
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