Il Big Data in un Qlik

Il Big Data in un Qlik

Riflessioni sul mercato italiano. Che cosa significa Big Data? Nulla, perché di Big c’è davvero poco. Incontro con Massimo San Giuseppe di QlikView

di: Piero Macrì del 08/07/2013 15:14

Big Data & Analytics
 
Big Data? E’ di moda parlarne, soprattutto nei salotti buoni dell’informatica, ma sorge spontanea una domanda: a chi giova? Di certo la possibilità di trattare tipologie di dati differenti, strutturate e non strutturate, rappresenta un’inedita opportunità, così come positivo può essere il miglioramento delle performance elaborative attraverso l’utilizzo di motori analitici In-Memory. Eppure, come sempre accade, la domanda di tecnologia deve essere contestualizzata. Quali sono gli ambienti dove può essere necessario ripensare l’infrastruttura dati? Dove è bene associare l’esistente a db di nuova generazione, potenziare capacità e performance di storage, dotarsi di engine in grado di garantire risposte in real-time? Non è che alla fine si corre il rischio di progettare un qualcosa, vedi il datawarehouse, che alla fine ha assorbito nel tempo cifre significative dei budget IT per poi rivelare tutta la sua fragilità e inconsistenza in termini di flessibilità e ritorni diretti dell’investimento?
Ragioniamo per il mercato italiano, un mercato fatto soprattutto da piccole e medie aziende. Che cosa significa per loro Big Data? Nulla, perché di Big c’è davvero poco. L’importante è semmai riuscire a ragionare sui dati. Quali sono le informazioni di cui ho bisogno? Quali i profili di utenti che devono fruire in modo semplice e intelligente delle informazioni? Partendo da queste semplici domande possono essere ipotizzate delle soluzioni che, in parte, e in talune circostanze potrebbero presentare delle attinenze con alcune delle questioni sollevate dal Big Data.
massimo-san-gisuseppe-qlikview.jpgSono tutte riflessioni, quelle sinora avanzate, che traggono spunto dall'incontro avuto con Massimo San Giuseppe, presidente e socio fondatore di QlikView Italy (vedi foto). Nell’opinione del manager “I megavendor tendono a sollecitare le aziende a dotarsi di nuove infrastrutture, ma il soddisfacimento di esigenze di business intelligence deve essere affrontato in termini molto più pragmatici. Il nostro messaggio non è guidato dal Big Data, un fenomeno con cui peraltro ci confrontiamo, ma dalla business discovery che ha sì dei legami con il Big Data ma non così stretti”.
Cos’è quindi il Big Data? “Direi una modalità marketing a un fenomeno che esiste, dice San Giuseppe, che è quello della proliferazione dei dati e della necessità da parte di chiunque di interfacciarsi con un numero maggiore di informazioni per creare valore all’interno delle imprese. Qualunque organizzazione, piccola o grande, può avere dei vantaggi significativi mettendo in pratica una logica BI oriented. Che poi l'entità del dato  sia Big o Small ha poca importanza”.
In definitiva cosa vanno chiedendo gli utenti? “Flessibilità, possibilità di accedere alle informazioni da dispositivi mobili, disponibilità di interfacce Google like, semplici ed intuitive. Su un PC portatile siamo in grado di gestire terabyte di dati che possono essere manipolati on-flight con tempi di risposta di pochi secondi”.
Quando pensiamo al Big Data pensiamo a dimensioni, volumi di petabyte, ma la realtà delle aziende italiane è di un ordine di grandezza decisamente inferiore. Condivide? “Le complessità  - dice San Giuseppe - sono, nella migliore delle ipotesi, dell’ordine dei terabyte. Esiste il bisogno di dotarsi di infrastrutture mega per analizzare volumi dati di questo tipo?”. L’esito della risposta è ovvio.
E per quanto riguarda tutta la questione dei social network? “Occorre capirsi. Innanzitutto sono dati che possono essere del tutto insignificanti ai fini del business dell’impresa. Possono al più esprimere un sentimento riguardo a un prodotto e i risultati fanno riferimento a un campione statistico di scarsa rilevanza: chi esprime cosa? Più interessante dal nostro punto di vista – conclude San Giuseppe - è vedere la componente social legata all’utilizzo di tool di analisi: permettere a più persone e team del marketing o di altre LOB, che lavorano su più sedi distribuite geograficamente, anche a livello globale, di condividere le informazioni”.
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