Solo domande intelligenti possono creare il Big Business

Solo domande intelligenti possono creare il Big Business

Big Data, la tecnologia è importante, ma ancor più importante e utile è sapersi porre domande all’altezza delle risposte che la tecnologia può generare

di: Piero Macrì del 02/05/2013 09:10

Big Data & Analytics
 
La tecnologia? Uno strumento abilitante un processo. Chi descrive quest’ultimo? Le persone, persone che hanno una conoscenza accurata delle attività che sottostanno quel determinato processo e del contesto d’impresa, interno ed esterno, di cui esse sono parte integrante. Insomma la tecnologia non è un fine, ma un mezzo.
Perché questa divagazione concettuale? Perché di fronte a quanto sta succedendo nell’universo del Big Data, termine che racchiude una infinità di teorizzazioni e declinazioni, la tecnologia tende spesso a essere vista come soluzione tout court. Esiste il pericolo che il fattore tecnologico diventi predominante generando un effetto  controproducente al raggiungimento degli obiettivi desiderati. Come mettere il carro davanti ai buoi. 
Più e più osservatori affermano che il rilascio di informazioni coerenti con una ottimizzazione del business, o con la creazione di nuovi prodotti e servizi che permettano di essere competitivi, debba fare i conti con la capacità di mettere a punto gruppi di lavoro estesi che possano mettere a fattor comune know-how ed esperienze differenti.
La tecnologia, se vogliamo, è l’ultimo dei fattori da considerare. Attenzione, non perché questa componente non sia importante, le scelte e gli investimenti vanno pesati e ponderati, ma perché essa è conseguente un’elaborazione di business. Cosa, quanto, come una normale attività, al di là di una visione analitica e di intelligence delle operations, può pensare di essere traslata in una dimensione Big Data? Quali sono i dati nascosti, non ancora identificati, immaginati, immaginabili, che il proprio ecosistema di business può, potrebbe, esprimere?
Sempre più spesso, negli eventi e nelle discussioni pubbliche sulla nuova teoria dell’analisi dei dati si mette in risalto come sia necessario porsi in una prospettiva Big Data coalizzando e coagulando attorno a progetti di questo tipo molteplici esperienze, marketing, tecnologiche, statistiche, ingegneristiche… Insomma, un progetto Big Data deve, dovrebbe, secondo quanto affermano le persone che hanno già avuto un’esperienza in questa tipologia di impresa, poggiare su più contributi.
Dal brainstorming di un gruppo allargato di persone possono nascere le idee più interessanti e, forse, i progetti a più alta probabilità di successo. Per quanto riguarda la formulazione vera e propria di un esercizio analitico, una volta appurato quale sia il contesto da indagare, è bene tenere sempre presente che le risposte che si ottengono, o meglio, le informazioni, sono determinate dalle domande che vengono poste all’interno di contesti ambientali, sociali e d’impresa. E come accade a scuola, è sempre la capacità di porre delle domande intelligenti a generare una nuova conoscenza. Le risposte, intelligenti, ne sono una conseguenza.
Ma occorre anche essere in grado di leggere le risposte. E in questo senso, riportando la nostra argomentazione in tema di analytics e Big Data, occorre avere all’interno delle aziende “intelligenze” che sappiano formulare domande che aprano a nuovi ordini di conoscenza e “intelligenze" che sappiano interpretare nel modo corretto le risposte. Si corre il altrimenti rischio di utilizzare “un linguaggio” senza che vi sia un nucleo di persone in grado di interpretarlo, dando così adito a una generale disinformazione, i cui rischi possono essere Big quanto il Big Data stesso.
La tecnologia, quindi, è importante, ma ancor più importante e utile è sapersi porre domande all’altezza delle risposte che la tecnologia può generare.
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